Un editto pretendeva di prescrivere quel che i predicatori dovessero pronunciare dal pulpito; un libello lo volgeva in farsa, e il suo autore si schermava dietro uno pseudonimo. Ad Halle, nell’aprile del 1789, l’inchiesta aperta contro il teologo Karl Friedrich Bahrdt non mirò soltanto a scovare la mano che aveva vergato la satira. Chiamava i magistrati a stabilire fin dove potesse spingersi la libertà di scrittura allorché un testo esponeva al ridicolo il sovrano e i suoi ministri. Un secondo sospetto, quello di una congrega clandestina, allargò ulteriormente l’affare; nondimeno, il tribunale non ritenne di condannare Bahrdt per la direzione di tale società segreta.
La contesa aveva tratto origine dall’editto religioso del luglio 1788. Il ministro prussiano Wöllner intendeva arginare le deviazioni dottrinali di pastori e docenti: a costoro era fatto divieto d’insegnare pubblicamente tesi contrarie alle confessioni della Chiesa evangelica. I fautori del provvedimento lo sbandieravano quale baluardo dell’ortodossia; gli avversari vi scorgevano un intollerabile giogo imposto alla coscienza e alla parola. La disputa avrebbe potuto consumarsi tra i tomi e le aule universitarie. Prese invece una piega ben più velenosa quando apparve una commedia anonima in cinque atti intitolata L’Editto religioso, firmata da un sedicente «Nicolai il giovane».
L’opera metteva in scena un pastore incaricato di stendere il testo dell’editto. Il personaggio, ebbro e volgare, vi partoriva una disposizione che prometteva tolleranza mentre imponeva la più rigida ortodossia. Attorno a lui, vari comprimari beffeggiavano le contraddizioni del decreto, l’obbligo fatto ai ministri del culto di professare pubblicamente dogmi che forse intimamente ricusavano, e le strettoie inflitte ai dissidenti. La caricatura non si limitava a censurare un indirizzo politico: attribuiva ai governanti espressioni e condotte volte a renderli spregevoli. La cronaca giudiziaria del 1863 cita ampi stralci del libello, avvertendo tuttavia che l’esemplare originale non era più accessibile al suo estensore.
Bahrdt non era un oscuro passante colto da un improvviso accesso d’ira. Figlio di un pastore, egli stesso professore di teologia e predicatore, aveva già dovuto mutare cattedra e dimora più volte in seguito a dissidi dottrinali e inchieste accademiche. Stabilitosi ad Halle come libero docente, vi aveva scritto con febbrile abbondanza e aperto persino una locanda alle porte della città. Aveva del resto la propensione a collocarsi al centro di sempre nuove imprese, ora letterarie, ora pedagogiche, sovente più rapide a concepirsi che a trovar stabile governo. Il capitolo del Pitaval dipinge questa carriera con severità inflessibile; occorre tuttavia discernere siffatto ritratto postumo dalle risultanze fattuali che i commissari vagliarono nel processo del 1789.
Due magistrati, il direttore del tribunale cittadino Zepernik e il procuratore dell’università Rottler, ricevettero l’ordine superiore di istruire il procedimento. Il primo capo d’accusa verteva sul commento all’editto religioso e sulla commedia anonima; il secondo riguardava una presunta congrega clandestina, la Deutsche Union, talora designata come Società dei Ventidue. All’inizio l’indagine si limitò ad accertare se Bahrdt avesse composto o diffuso i due scritti; ben presto, però, le carte sequestrate e le dichiarazioni rese dal teologo dischiusero un’altra pista.
Sul commento all’editto, l’istruttoria non riuscì a provare che Bahrdt ne fosse l’autore o l’editore. I giudici lo espunsero pertanto dall’esame finale. Diversa sorte toccò alla commedia. Bahrdt negò con pervicacia d’esserne l’estensore, ma dovette ammettere la propria partecipazione alla tiratura e alla circolazione dell’opera. Ne aveva emendato le bozze, ne aveva procurato la stampa e ne aveva letto ad alta voce alcuni passaggi mentre il manoscritto ancora circolava riservatamente. Gli inquirenti disponevano dunque di elementi sufficienti a certificarne la complicità, sebbene la prova di una stesura interamente di suo pugno restasse, per il tribunale, altamente probabile ma non provata oltre ogni dubbio.
Il nodo della controversia giudiziaria non risiedeva nella facoltà di criticare l’editto. La sentenza riconosceva che una materia d’interesse statale potesse formare oggetto di dotta disamina e di pubblica trattazione; ammetteva che la libertà di stampa avesse una sua legittima cittadinanza. Sennonché tale libertà doveva, ad avviso dei magistrati, serbare i limiti della moderazione e della fondatezza. Essi rimproveravano alla commedia di inventare scene e discorsi mendaci, di attribuire al sovrano un editto grottesco e di colpire i ministri con offese personali. La corte si soffermò in particolare sui passi che Bahrdt medesimo aveva confessato d’aver inserito o rimaneggiato.
L’argomentazione del tribunale si muoveva su un terreno a un tempo morale e politico. La critica poteva contestare il dispositivo di una legge; non le era concesso, secondo quel canone, fabbricare falsità atte a minare la devozione e la fiducia dei sudditi verso la Corona. Il giudizio concluse che Bahrdt aveva svolto un ruolo attivo nella diffusione dell’opuscolo e che ne era, con ogni verosimiglianza, l’autore. Per la lesione dell’onore dovuto al sovrano, il Kammergericht gli inflisse due anni di reclusione in fortezza. La sanzione non colpiva dunque la critica dell’editto in quanto tale, bensì una satira ritenuta infamante e menzognera.
La Deutsche Union diede luogo a un’indagine ben più vasta, ma dal diverso esito. Un opuscolo anonimo, intitolato Più note che testo, aveva denunciato l’esistenza d’una ramificata alleanza di letterati e lettori. Si sospettò che Bahrdt ne fosse l’anima motrice. Egli dichiarò d’aver ricevuto fin dal 1783 un primo invito ad aderire a un disegno siffatto, e quattro anni più tardi nuove istruzioni insieme a un piano ancora incompiuto. Riferì d’aver intrattenuto corrispondenza con alcuni affiliati, tra cui un certo Pott, d’aver corretto i progetti, fatto stampare circolari e organizzato ad Halle un centro di proselitismo.
Nella sua deposizione, Bahrdt descrisse non tanto un sodalizio operante, quanto un cantiere in divenire. Aveva invitato corrispondenti a formare circoli provinciali, sollecitato alcuni ad assumere la direzione distrettuale e tentato di trasferire il centro dell’attività nei territori di Bernburg. Asseriva che lo scopo fosse unicamente il progresso delle scienze, delle arti, dell’educazione e dell’istruzione religiosa, unitamente alla lotta contro la superstizione. Affermava d’aver prestato la propria opera a titolo gratuito, animato soltanto dalla speranza che l’organizzazione desse risonanza ai suoi scritti. Riconosceva d’aver assunto la guida del circolo di Halle e di aver fatto circolare schemi e missive a nome della Deutsche Union.
I documenti posti sotto sequestro mostravano una struttura a gradi, severe regole d’ammissione e un «piano segreto d’operazione». Il terzo grado indicava come meta suprema la fine del dispotismo morale, il riscatto dell’umanità dai vincoli della superstizione e l’elevazione della ragione a giudice sovrano del vero. Gli avversari vi scorsero una cospirazione insidiosa; altri elementi rammentavano da vicino le liturgie massoniche. La corte esaminò pure il proposito di reclutare impiegati delle poste, la fondazione d’una libreria e la distribuzione di gazzette. Ritenne infine che le ragioni addotte da Bahrdt — sveltire i carteggi e sottrarli alla censura postale — non bastassero a configurare una trama corruttiva punibile.
Restava l’interrogativo fondamentale: aveva egli realmente fondato una vasta confederazione? La narrazione del Pitaval riferisce che molti individui compresi negli elenchi dei sodali protestarono pubblicamente, negando ogni legame con la setta. Il compilatore ne inferisce che Bahrdt avesse forse generato l’idea della società più che la società stessa. Era questa una sua personale congettura; la sentenza si limitò invece ai fatti provati in rito. L’archivio centrale dell’Unione e i registri delle quote non furono mai rintracciati. La corte stabilì che il disegno, benché coperto dal segreto e ripartito in gradi, non costituiva di per sé reato: i fini proclamati non minacciavano lo Stato, e nessun crimine era dimostrato nei mezzi predisposti.
Il verdetto scisse nettamente i due rami della causa. Bahrdt fu riconosciuto colpevole per la cooperazione alla commedia ingiuriosa; la direzione dell’Unione non fu considerata delitto. Il tribunale precisò che siffatta assoluzione non rendeva veritiera ogni asserzione dell’imputato, permanendo molte zone d’ombra nell’intrapresa; attestava semplicemente che le prove raccolte e le norme vigenti non consentivano di irrogare alcuna pena per tale condotta.
La condanna a due anni di fortezza fu successivamente dimezzata per atto di grazia. Bahrdt scontò un anno nella piazzaforte di Magdeburgo. Durante la prigionia scrisse la propria autobiografia, per poi spegnersi nell’aprile del 1792 nella sua tenuta vinicola presso Halle. Il fascicolo non aveva risolto la grande contesa sulla libertà di stampa; aveva pronunciato un lodo più circoscritto, ove la magistratura separava un’associazione tollerata da un libello ritenuto apertamente oltraggioso.
In questa vicenda, l’inchiostro aveva preceduto la cella. Bahrdt non veniva punito perché ogni mormorazione contro Wöllner o contro l’editto fosse bandita: su un capo d'accusa i magistrati non ne avevano accertato la colpevolezza; sull’altro non avevano ravvisato estremi di reato nella sua gestione dell’Unione. Ma per la commedia, l'apporto materiale alla pubblicazione era incontrovertibile, e il sarcasmo fu giudicato aver travalicato il recinto che la legge intendeva presidiare. La sentenza diceva insomma assai più sui confini politici della parola a mezzo stampa che sull’uomo che aveva inteso sfidarli.
