Il 22 marzo 1888, dinanzi al Central Criminal Court di Londra, Charles Mar Schroeder comparve con l’accusa di aver contraffatto e negoziato l’accettazione di una tratta da 378 sterline, 13 scellini e 8 pence. Questo titolo era uno dei sei effetti la cui accettazione egli aveva ammesso con una dichiarazione autografa. La cronaca tedesca che riferisce del processo delinea una controversia in cui la firma, la data di scadenza e il luogo di pagamento contavano quanto il tragitto percorso dall’imputato tra Londra e Parigi.
Schroeder aveva trentasette anni, era ammogliato e, stando alla notizia introduttiva, privo all’epoca di un’occupazione definita. Il caso coinvolgeva la ditta Grant & Peak, gioiellieri e orafi di Gerrard Street, a Soho. Il socio, il signor Peak, spiegò ai giurati di conoscere Schroeder per via di precedenti affari. Nel maggio del 1886 questi gli doveva oltre quattromila sterline. Peak aveva reiterato le richieste senza ottenere alcun saldo; aveva quindi promosso un’azione civile, pur esitando a interpellare lo zio del debitore, legato alla potente casa bancaria John Henry Schroeder. Peak dichiarò di non aver voluto fare leva su quella parentela.
Dopo un periodo di silenzio, il 6 luglio Peak ricevette una lettera inviata dall’Hôtel Métropole. Schroeder vi annunciava di essere rientrato a Londra quella mattina stessa, dopo un viaggio in Germania e poi a Parigi, e lo invitava a raggiungerlo per discutere dei propri debiti. Nel corso del colloquio accennò a un prestito garantito da un’eredità che attendeva di riscuotere, poi a un accordo con un cugino, socio e procuratore nella banca dello zio. Assicurava che del denaro sarebbe stato messo a sua disposizione per estinguere le pendenze. Peak ritenne tali rassicurazioni troppo vaghe per sospendere l’azione civile. Pretese una dichiarazione scritta più circostanziata; Schroeder la redasse senza sollevare obiezioni.
L’indomani l’imputato si presentò al negozio di Gerrard Street. A detta di Peak, appariva agitato e gli confessò di aver fatto uso della ragione sociale della sua ditta. Spiegò che a Parigi era venuto a conoscenza dell’azione giudiziaria intentata contro di lui, che altri creditori lo incalzavano e che aveva perso la testa. Aveva dunque, disse, accettato una cambiale a nome di Grant & Peak. Peak gli domandò se la firma recasse il suo nome proprio o quello dell’azienda; Schroeder rispose che si trattava della ragione sociale. La scadenza del primo effetto cadeva il giorno seguente e la carta era pagabile presso la banca di Peak.
Peak gli fece notare che avrebbe dovuto fornire un motivo al proprio banchiere, qualora si fosse rifiutato di onorare il titolo. Schroeder non aveva ancora osato comunicarne l’importo. Verberò allora una dichiarazione in cui riconosceva di aver contraffatto il nome di Grant & Peak e di aver accettato sei tratte: 464 sterline, 9 scellini e 8 pence; 485 sterline; 287 sterline, 4 scellini e 8 pence; 323 sterline, 3 scellini e 4 pence; 378 sterline, 13 scellini e 8 pence; infine 319 sterline e 19 scellini. Il totale ammontava a 2.258 sterline, 10 scellini e 4 pence. L’imputazione discussa quel giorno concerneva unicamente il titolo da 378 sterline; la lista non costituiva, di per sé, un verdetto reso su ciascuno degli altri documenti.
Stando alla testimonianza di Peak, Schroeder lo supplicò di non sporgere querela in sede penale. Gli disse che sua madre ne sarebbe morta e che lo zio avrebbe pagato per salvaguardare l’onore della famiglia. Peak mandò il nipote a conferire con lo zio, ma questi rifiutò di riceverlo. Schroeder gli fece poi sapere che la moglie era gravemente malata e che la famiglia gli sarebbe venuta in soccorso prima della scadenza delle altre cambiali. Sostenne di aver messo in circolazione le accettazioni da Parigi. La cronaca riferisce che i titoli furono infine saldati dalla famiglia di lui, ma solo dopo essere andati protestati e quando il procedimento penale era già stato avviato. Schroeder era salpato per Sydney prima di tale accomodamento.
Peak spiegò le ragioni per cui aveva indugiato prima di sporgere denuncia penale. Aveva inizialmente preferito le vie civili, trattenuto dal riguardo verso la famiglia del debitore. Secondo la sua deposizione, si risolse ad agire solo dopo aver appreso che Schroeder era partito per l’Australia senza onorare i debiti, a dispetto delle promesse. Questo debito commerciale pregresso non si confondeva con le sei accettazioni esaminate in seguito: gli effetti erano stati oggetto di un riconoscimento separato e di una distinta procedura penale. Schroeder fu perseguito, arrestato a Sydney ed estradato a Londra. Un simile epilogo rimetteva al centro dell’udienza una questione di giurisdizione: quale tribunale poteva giudicare accettazioni predisposte ed emesse fuori dal territorio britannico, ancorché pagabili nella capitale?
La difesa non contestò, in prima battuta, il luogo in cui Schroeder si trovasse al momento dei fatti ascritti. Sir Henry James sostenne che l’emissione, l’accettazione e la negoziazione erano avvenute a Parigi. Se un reato era stato commesso, argomentò, la cognizione spettava ai tribunali francesi; la giurisdizione britannica non poteva estendersi ad atti compiuti su territorio straniero. Aggiunse che non era stata provata l’intenzione di recare pregiudizio a chicchessia in Inghilterra. Simili assunti appartenevano alla tesi dell’avvocato, non a una constatazione preliminare della corte.
La pubblica accusa replicò che i titoli erano stati redatti con clausola di pagamento a Londra, colà spediti, negoziati e presentati all’incasso presso un istituto della capitale. Per l’accusa, il luogo in cui si manifestavano gli effetti della falsificazione radicata la competenza del Central Criminal Court. La difesa chiamò quindi a testimoniare il cartolaio che aveva venduto a Schroeder i bolli necessari alle cambiali e l’agente di cambio che ne aveva agevolato la circolazione a Parigi. Entrambi confermarono la sua presenza in quella città nei momenti determinanti.
Il giudice, il Recorder di Londra Sir Thomas Chambers, sottopose ai giurati il quesito se Schroeder si trovasse a Parigi allorché i titoli furono tratti, accettati e messi in circolazione. Il verdetto rispose affermativamente. Il Recorder ritenne allora che il tribunale difettasse della necessaria giurisdizione. Distinse l’ipotesi di una frode mediante false dichiarazioni, che sarebbe stata commessa a Parigi ai danni dell’agente di cambio, dall’accusa di falsificazione ed emissione di cambiali. La cronaca gli ascrive il principio secondo cui la giurisdizione territoriale inglese non poteva estendersi a condotte consumate al di fuori della propria circoscrizione.
Il verdetto fu di «non colpevole». Riguardava la prima tratta. Il procuratore rinunciò a perseguire gli altri effetti, poiché vi si sarebbe posta la medesima eccezione di competenza; il resoconto aggiunge che i giurati ribadirono il verdetto di non colpevolezza per gli altri capi d’imputazione e che Schroeder fu rimesso in libertà. Tale esito non muta in condanne le restanti accettazioni dell’elenco. La conclusione giudiziaria riferita dall’articolo rimane precisa: dopo la risposta del giurì sulla presenza di Schroeder a Parigi e la decisione del Recorder sulla giurisdizione, l’imputato fu prosciolto per la prima cambiale e i restanti addebiti non furono perseguiti.
Il cronista del Pitaval non si limita a riferire questa decisione. Nel suo commento la censura, contrapponendo il principio di territorialità inglese alle norme che egli attribuisce alle legislazioni continentali. Asserisce che la colpevolezza materiale fosse indubbia, ma tale deduzione editoriale non deve confondersi con una pronuncia dei giurati: questi assolsero l’imputato per il titolo giudicato, dopo che il magistrato ebbe riscontrato il difetto di giurisdizione. L’autore tramuta la vicenda in un’arringa sui confini del diritto penale; la sua indignazione è una lettura a posteriori, non un elemento di prova.
Sulla pagina, infine, le sei cifre restano impresse come una sequenza di carte recanti il nome della medesima ditta. Un nome commerciale, scadenze londinesi e negozi parigini avevano condotto Schroeder dall’Hôtel Métropole a Sydney, e poi dinanzi a una corte che si arrestò sul confine della propria competenza. La cronaca restituisce la misura di una sentenza pronunciata sul luogo dell’emissione; non surroga i verbali originali del processo né le carte commerciali evocate dai testimoni.
