«I monarchici non hanno fortuna.» Il 15 marzo 1873, questa frase apriva sulle colonne del Rappel un articolo dedicato alla partenza delle truppe prussiane e alle contese francesi sorte attorno alla liberazione del territorio. Nove giorni più tardi, quelle medesime parole risuonavano dinanzi a una corte d'assise. L'autore, Édouard Lockroy, e lo stampatore-gerente, Adolphe Pelleport, erano chiamati a rispondere del reato di eccitamento all'odio o al disprezzo dei cittadini gli uni contro gli altri.
La scena giudiziaria si consumò il 24 marzo, dinanzi alla corte d'assise della Senna presieduta dal magistrato Étignard de la Faulotte. Il resoconto d'udienza definisce i ruoli dei due imputati con la scrupolosità richiesta da un'azione penale diretta congiuntamente contro uno scritto e contro coloro che ne avevano curato la pubblicazione. Pelleport, stampatore-gerente del foglio, risiedeva in rue de Valois, al civico 18. Lockroy, letterato di trentatré anni, figurava quale redattore cui l'articolo veniva attribuito. L'uno aveva immesso in circolazione il numero del giornale; l'altro ne aveva composto il testo incriminato. L'accusa non contestava loro il medesimo identico atto materiale, ma li accomunava nella responsabilità della medesima pubblicazione.
Lo scritto s'intitolava «La liberazione del territorio». Prendeva le mosse dall'annuncio del ripiegamento prussiano, che l'autore contrapponeva ai calcoli dei realisti. A detta dell'articolo, i monarchici avevano auspicato il prolungamento dell'occupazione, segnatamente con la conservazione di Belfort. Li si accusava di aver riposto la speranza che la presenza dell'esercito straniero avrebbe spalancato loro la via del potere e delle prebende. La Repubblica, al contrario, veniva celebrata come il solo regime che avesse riscattato la Francia.
La prosa non si esauriva in un mero scontro parlamentare. Si rivolgeva direttamente agli abitanti dei dipartimenti occupati, alle famiglie che avevano visto bruciare i propri cascinali, ai soldati caduti sul campo, a quanti avevano patito le ronde, le fanfare marziali e la presenza costante dell'invasore. L'articolo ne descriveva l'umiliazione e il rancore, per poi esortarli a serbare memoria di quanti, a giudizio dell'autore, avevano tratto profitto dalla disfatta. Figure retoriche proprie di un testo di fazione e di battaglia politica; non già accertamenti giudiziari sull'operato del singolo monarchico.
Lo scritto risaliva quindi al disastro del 1870. Rimproverava all'Impero di aver trascinato la guerra fino a Sedan e di aver spedito Mac-Mahon nelle Ardenne, laddove avrebbe potuto ripiegare per difendere Parigi. Tacciava i monarchici costituzionali e i fautori del diritto divino di aver combattuto il governo repubblicano con maggior livore che non il nemico, di aver fiaccato il morale delle truppe e di aver invocato la resa. Il giornale li dipingeva quali ausiliari di Bismarck: si trattava della tesi polemica di Lockroy, non del presupposto di diritto su cui la giuria era chiamata a pronunciarsi.
La formula di chiusura compendiava l'intero costrutto in due proposizioni antitetiche: la monarchia aveva rovinato la Francia; la Repubblica l'aveva liberata. Tra queste righe, il testo aveva intessuto una perorazione alle vittime dell'invasione, un processo politico all'Impero e una requisitoria contro i monarchici. Siffatta architettura spiega per quale ragione un periodo isolato potesse assumere un significato ben dissimile da quello che l'autore asseriva di avergli conferito. Spiega altresì perché l'imputazione colpisse uno scritto dato alle stampe e capillarmente diffuso, anziché una schermaglia tra privati.
L'atto d'accusa distingueva con rigore la condotta di Pelleport da quella di Lockroy. Il primo era perseguitato per aver turbato la pubblica quiete, a Parigi nel 1873, facendo inserire nel numero del Rappel datato 15 marzo l'articolo rubricato «La liberazione del territorio», provvedendo poi alla vendita e alla diffusione del fascicolo. Il secondo rispondeva a titolo di concorso, per aver redatto il testo in vista della pubblicazione e aver prestato la propria opera alla sua propagazione. Si richiamavano svariate disposizioni normative. La cronaca giudiziaria le enumera, pur senza riferire per intero la deduzione giuridica formulata dall'accusa.
Il capo d'imputazione non verteva dunque su un grossolano errore di cronaca militare né su un'ingiuria indirizzata a un ministro. Mirava all'effetto ascritto allo scritto sull'animo dei cittadini: instillare o esacerbare l'odio e il disprezzo reciproci. Era questa la soglia che i quesiti dibattimentali intimavano ai giurati di varcare. Gli imputati negavano qualsiasi animo delittuoso; il testo, dal canto suo, additava una categoria di francesi quali nemici della patria, ritenendoli colpevoli di aver caldeggiato la permanenza dell'occupante. Il dissidio non investiva soltanto i toni aspri dello scritto, bensì il discrimine sottile che separa l'invettiva politica dalla fattispecie penalmente rilevante.
Interrogati dal presidente, entrambi dichiararono di non aver mai nutrito l'intenzione criminosa loro contestata. La discrepanza tra l'effetto oggettivo di un testo e la volontà di coloro che lo avevano generato si impose così al centro del dibattimento. L'articolo accusava i realisti di aver voluto trattenere l'invasore; i prevenuti negavano di aver mai inteso seminare l'odio intestato tra i cittadini. Alla corte spettava valutare la pubblicazione nella sua interezza, mentre il pubblico ministero insisteva per la condanna.
Il sostituto procuratore generale Chevrier prese la parola per la pubblica accusa. Il resoconto d'udienza non si sofferma sulla requisitoria; riferisce soltanto che egli sostenne fermamente l'impostazione accusatoria. L'avvocato Lechevalier assunse quindi la difesa. Anche in questo caso, il cronista giudiziario non riporta i dettagli della sua arringa, limitandosi a definirla eloquente. Sarebbe agevole colmare siffatto silenzio con gli argomenti di rito sulla libertà di stampa o sulla natura dell'intento politico. Ma la fonte tace; e non è lecito farle dire ciò che non dice.
Lockroy aggiunse brevi dichiarazioni spontanee. Disse di non aver nulla da eccepire dopo l'arringa del proprio difensore, ma protestò contro il metodo consistente nell'estrapolare una frase dal testo per attribuire alla menzione dei castelli e delle canoniche un senso del tutto estraneo al suo contesto. Respinse altresì il pensiero «mostruoso» che il rappresentante dell'accusa gli aveva imputato. Tale intervento non costituiva una nuova disamina dell'articolo: riconduceva il confronto al criterio ermeneutico, se cioè il testo andasse sezionato a brani ovvero inteso nel suo respiro unitario.
Il presidente riassunse i termini della causa. Il collegio dei giurati si ritirò in camera di consiglio e fece ritorno dopo una mezz'ora. Le risposte furono affermative a entrambi i quesiti sottoposti: la materialità dei fatti ascritti fu riconosciuta a carico di ciascun imputato. A entrambi vennero concesse le circostanze attenuanti. Interpellati circa la quantificazione della pena, Pelleport e Lockroy dichiararono di rimettersi alla corte.
Il collegio giudicante condannò ciascuno alla pena di un mese di reclusione. Inflisse inoltre un'ammenda solidale di cinquecento franchi, pose le spese processuali a loro carico e ordinò l'affissione e la pubblicazione della sentenza secondo le prescrizioni di legge. Il resoconto non menziona sanzioni pecuniarie disgiunte: la somma di cinquecento franchi era dovuta in solido. Nulla viene aggiunto circa i successivi sviluppi del pronunciamento.
La vicenda si riassume così in un singolare paradosso d'inchiostro. Lo scritto incriminato denunciava parole e atteggiamenti politici ritenuti conniventi con l'occupazione nemica; dinanzi ai giudici d'assise, l'autore lamentò che se ne isolassero alcuni passaggi per caricarli di un senso alieno al loro tenore complessivo. I giurati risposero nondimeno affermativamente e la corte comminò le sanzioni. I giudici disposero altresì la pubblicazione del dispositivo, senza che la cronaca precisi su quale testata dovesse comparire. Alla perorazione di Lockroy rispondeva ormai un'altra formula, scandita dal tribunale: un mese di carcere, una pena pecuniaria solidale e la pubblicazione della sentenza.
