Alle dieci, nell’aula dell’Aia scende il silenzio. Il presidente inizia a dare lettura della sentenza, mentre due guardie conducono Maria Catharina Swanenburg tra di loro. Cammina a stento, il volto acceso, un fazzoletto sollevato a schermarne i tratti. Quando il presidente giunge ai motivi riguardanti Arend de Hees, la donna si siede. La testa ricade all’indietro; geme, respirando con fatica. Pochi istanti dopo, perde i sensi. Il presidente prosegue ancora per qualche riga; ella allora si accascia sulla panca, lasciandosi sfuggire un lamento. L’udienza è sospesa.
Siamo al 1° maggio 1885. Il pubblico è numeroso; le misure d’ordine disposte durante il processo sono state rinnovate. Il presidente interrompe la lettura e chiede se tra i presenti vi sia un medico. Nessuno si fa avanti. Guardie e commessi trasportano l’accusata in una stanza attigua. Le porgono acqua e alcol, le bagnano il viso e i polsi. L’aula si agita; il presidente esige il silenzio, minacciando di far sgomberare il pubblico. Solo a quel punto torna la calma. Gli spettatori restano ai propri posti.
La lettura non riprende subito. «Het Vaderland» riferisce che occorre attendere circa dieci minuti. In questo lasso di tempo, la corte pare mediti di proseguire la lettura in contumacia dell’imputata. L’usciere d’udienza, Pontier, annuncia però che la donna ha ripreso forze a sufficienza per rientrare; tale cautela diviene superflua. Riappare in lacrime, il passo ancora malfermo. Il presidente la autorizza a restare seduta durante il resto della sentenza. China in avanti, il viso celato nel fazzoletto, rimane ad ascoltare fino al dispositivo; la cronaca precisa che viene portata via subito dopo la pronuncia.
Tre episodi al vaglio
Maria Catharina Swanenburg, quarantasei anni, è una lavandaia nata e domiciliata a Leida, maritata con Johannes van der Linden. Il giornale riporta la dichiarazione di colpevolezza per l’avvelenamento di Arend de Hees, di Suzanna Aben, e infine di Hendrik Frankhuizen e della consorte: tre fatti, quattro decessi.
L’ultimo capo d’accusa riunisce dunque due persone in un medesimo episodio giudiziario. Tale distinzione ha un peso nel dispositivo: la corte dichiara la Swanenburg colpevole di avvelenamento consumato in tre distinte occasioni, a fronte di un computo finale di quattro morti. Il numero dei capi ascritti non deve essere confuso con quello delle vittime.
La sentenza segue passo dopo passo l’atto d’accusa e le testimonianze raccolte in dibattimento. Per ogni vittima, i giudici esaminano i legami intrattenuti con la Swanenburg, l’acquisizione e la somministrazione del veleno, quindi le conseguenze accertate. Il giudizio non fonde i quattro decessi in un’unica vicenda: i magistrati ripercorrono le circostanze di ciascuno, per poi fissare l’identità delle salme esaminate durante l’istruttoria. Riferiscono le conclusioni dei periti, servendosene per collegare l’avvelenamento a ogni singola morte. «Het Vaderland» riassume la decisione senza riprodurre gli atti, le deposizioni o le perizie. L’articolo delinea così i passaggi dell’argomentazione giudiziaria, tralasciando i dettagli tecnici di ciascun esame.
Per ciascuno dei fatti, la sentenza passa in rassegna le giustificazioni addotte dalla Swanenburg e quelle emerse durante l’istruttoria o il dibattimento. I giudici le pongono a confronto con le circostanze ritenute provate, illustrando poi come queste abbiano maturato in loro il convincimento di una deliberata volontà di uccidere. Distinguono in tal modo quanto sostenuto dall’imputata circa il proprio movente da quanto fatto emergere dal processo. La loro conclusione è che il fine consistesse nell’incassare i premi delle polizze assicurative delle vittime. Il veleno, secondo la sentenza, era stato somministrato in alimenti o bevande destinati a ciascuna di esse, ben sapendo la Swanenburg che la morte ne sarebbe potuta — o dovuta — derivare. Un simile ragionamento salda gli atti contestati, la loro prevedibile conseguenza e il movente; la cronaca ascrive questa conclusione all’attento esame delle circostanze operato dalla corte.
Nel caso dei Frankhuizen, i giudici respingono la tesi difensiva che negava l’intenzione omicida. Questo vaglio puntuale risponde alle giustificazioni addotte per l’ultimo episodio. Non la ritengono ebbra al momento dei fatti: i precedenti avvelenamenti le avevano già mostrato gli esiti letali del suo agire, né ella si era adoperata per prestare un soccorso tempestivo. La sentenza non presenta dunque il dolo come una mera supposizione desunta dall’evento: lo fonda su ciò che la corte ritiene ella già sapesse e sulla sua condotta successiva alle aggressioni.
La vicina di Leida
Il Nationaal Archief colloca la vita pubblica della Swanenburg negli anni Settanta dell’Ottocento. Viene ivi descritta come una vicina benvoluta, dedita ad accudire gli infermi, badare ai bambini, cucinare e fare il bucato per quanti non erano più in grado di provvedervi. È a tale fama di premurosa disponibilità che i documenti collegano il soprannome di «Goeie Mie», la «buona Mie». Gesti e reputazione appartengono alla scheda biografica del Nationaal Archief; offrono il contesto a quel nomignolo, senza tuttavia chiarire da soli i crimini giudicati più tardi.
La medesima scheda riferisce che, il 15 dicembre 1883, due agenti della polizia municipale di Leida si presentarono a casa della Swanenburg. La madre e il figlio Frankhuizen erano già spirati; il capofamiglia versava in gravi condizioni. I poliziotti trassero in arresto la Swanenburg con l’accusa di avvelenamento. Reclusa all’Aia per oltre un anno, attese la conclusione di un’istruttoria che condusse, il 14 marzo 1885, alla sua incriminazione formale per l’omicidio di quattro persone, secondo quanto riportato dal Nationaal Archief. Il verdetto del 1° maggio riconobbe invece tre avvelenamenti e quattro morti, comprese quelle del padre e della moglie. Le definizioni scandiscono due momenti distinti: l’archivio sintetizza il capo d’accusa formale, mentre la stampa riferisce la qualificazione ritenuta in sentenza. Tra l’arresto e la decisione finale trascorsero quasi diciassette mesi.
Il dispositivo
Dopo il rientro dell’imputata, il presidente porta a compimento la lettura. In applicazione dell’articolo 301 del codice penale olandese, il Gerechtshof dichiara Maria Catharina Swanenburg colpevole di avvelenamento, commesso per tre volte. La cronaca precisa che la legge del 17 settembre 1870 aveva abolito la pena capitale; al momento del verdetto, tale sanzione non era dunque più applicabile. La corte pronuncia la condanna a vita alla tuchthuis, un istituto penale, ponendo le spese processuali a carico dell’imputata. Ordina altresì la restituzione dei corpi di reato ai legittimi proprietari o aventi diritto e dispone l’affissione di un estratto della sentenza all’Aia e a Leida. Secondo il Nationaal Archief, la Swanenburg morì in carcere l’11 aprile 1915.
