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Armes de la Maison BeaulieuMAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRES
Le 54 Storielle della Cancelleria · Parigi, faubourg Antoine, sotto la Convenzione

Il cartonaio di rue Traversière

All’osteria invoca un re. Lo denunciano. Ritorna, solleva il grembiale del delatore, vibra due colpi. Camicia rossa.

Tutto comincia con chiacchiere da bettola, in rue Traversière, nel faubourg Antoine. Pierre Morin, cartonaio, va sostenendo a chiunque voglia ascoltarlo che gli affari non andranno mai per il verso giusto se non si sceglierà un superiore cui affidare il governo della Francia; che gli operai non possono campare a meno che la loro paga giornaliera non sia portata da cinque a dieci lire, e da dieci a quindici; che la massima parte dei membri della Convenzione e dei suoi comitati non è che una manica di canaglie.

Un altro bevitore, Étienne Olivier, monta su tutte le furie. Morin non gli bada affatto. Olivier proclama che andrà a denunciarlo; esce, e lo denuncia.

Giunge un membro del comitato rivoluzionario dell’ottavo circondario, scortato dalla forza armata. Morin ha lasciato l’osteria; è tornato a faticare presso un altro cartonaio della medesima via. Vanno a cercarlo colà; il commissario lo invita a tornare dal vinaio per rendere spiegazioni, e Morin vi si reca.

È qui che la Gazette, d’ordinario sì paludata e giuridica, si fa racconto. Morin saetta contro Olivier sguardi tremendi, lo tempesta d’ingiurie, si fa avanti per percuoterlo; le guardie lo trattengono. Un istante appresso, trae furtivo una lama di tasca, la serra, con una mano solleva il grembiale che copriva Olivier e con l’altra gli affonda due colpi nel ventre. Olivier stramazza all’indietro; lo rialzano; ricade al suolo; spira.

«È morto», esclama Morin. E aggiunge parole che la Gazette riferisce senza punto addolcirle: gli rincrescerebbe assai se non fosse morto; l’ha colpito con fermo animo di ucciderlo; e quanto alla ghigliottina, ne dice quel che s’indovina.

Lo conducono a confronto col cadavere. «Si tolga quel berretto che gli occulta il viso», dice; è proprio lui, lo riconosce dagli abiti e dai lineamenti del volto.

Viene poi l’indomani, al cospetto del presidente del collegio dei giurati, ed è ormai tutt’altro uomo. Morin era ebbro. Non rammenta alcuno dei discorsi di cui menava vanto il giorno prima; un impeto di stizza ha cagionato la sua rovina. Gli mostrano il coltello e gli domandano se lo riconosca: sì, risponde, torcendo il capo e scoppiando in lacrime. È dunque con quel coltello che ha colpito Olivier? «Ahimè! Non ne avevo altri.»

I giurati dichiararono esservi stato omicidio, commesso con premeditazione, preceduto da vie di fatto contro il commissario agente nell’esercizio delle sue funzioni, con intendimenti controrivoluzionari e dopo aver proposto l’instaurazione di un potere attentatorio della sovranità del popolo. Il tribunale condannò Pierre Morin alla pena di morte, ordinando che fosse condotto al patibolo avvolto in una camicia rossa, come la legge prescriveva per gli assassini.

Di tutto questo affare, è forse la battuta dell’estremo giorno che resta impressa nella memoria, quella di un uomo tornato in senno dinanzi a una lama: non ne aveva altri.

Gazette des nouveaux tribunaux, Tribunal criminel du département de Paris, jugeant révolutionnairement: causa Pierre Morin.

Accadde oggi negli archivi giudiziari →