Vi sono processi in cui si contende un campo, una casa, un’eredità. In questo, si contese a un uomo il suo stesso nome.
Remy Baronnet era rimasto a lungo lontano. Al ritorno, apprese che la sorella, vedova di Quentin Lamort, aveva approfittato della sua assenza per farsi immettere nel possesso dei beni che a lui spettavano nella successione materna. Baronnet cedette nondimeno le proprie quote a un tale Aubert, per una certa somma. Aubert, divenuto proprietario, presentò l’atto di vendita alla vedova Lamort; e costei sostenne che l’uomo che aveva sottoscritto quell’atto non era affatto suo fratello, bensì un impostore che ne aveva usurpato il nome.
La pretesa era inaudita; eppure ebbe successo. Un primo giudice aveva dichiarato valido il contratto; la vedova ricorse in appello al baliaggio di Reims, si ostinò, ottenne un’inchiesta. Una sentenza del marzo 1769 annullò la vendita, vietò a Baronnet di portare quel nome ed emise contro di lui un mandato di cattura. Un’altra sentenza, del 29 ottobre 1773, lo condannò, sotto il nome di Guillaume Babilot, a fare ammenda onorevole dinanzi alla porta del baliaggio di Reims, con un cartello sul petto e uno sul dorso recante queste parole: «Falsario, usurpatore di eredità sotto falso nome»; indi a essere marchiato a fuoco col ferro e condotto alle galere a vita. Una commissione confermò la sentenza nel gennaio del 1774.
Si figuri la scena: un uomo condannato a essere bollato col ferro rovente come falsario per aver preteso d’esser se stesso, e mandato ai remi sotto il nome di un altro. La Gazette non dice se la condanna fu eseguita.
Egli ottenne dal Consiglio che il Parlamento di Parigi esaminasse la causa in revisione. Con sentenza del 26 agosto 1778, la Tournelle annullò il verdetto di Reims, scagionò Remy Baronnet da ogni accusa, ordinò che le iscrizioni di carcerazione fossero cassate e depennate da tutti i registri, e gli concesse di far stampare e affiggere la sentenza a proprie spese ovunque gli paresse opportuno. La Gazette, che a suo tempo ne aveva pubblicato l’imputazione, dichiarò che l’umanità e la giustizia le imponevano ora di divulgarne l’innocenza.
Non dice che ne fu della sorella, né se si sia mai rivisto il vero Guillaume Babilot, semmai sia esistito. Si sa soltanto che vi fu, per cinque anni, un uomo che la giustizia del re reputava un altro, e che la famiglia stessa ricusava di riconoscere.
Gazette des tribunaux, 1778, Parlamento di Parigi, Tournelle criminale, sentenza del 26 agosto 1778 (caso Baronnet, in sede di revisione processuale).
