Non ha cognome. La Gazzetta lo chiama Antoine, figlio naturale, nativo di Bar-sur-Aube, a malapena uscito dalla fanciullezza al momento del processo; e il pubblico accusatore che espone la causa la trova egli stesso «piccante per la sua bizzarria». La scompone capo per capo, con uno scrupolo che gli fa onore.
Nell'autunno del 1788, Antoine ha dodici anni. Ruba in casa del signor Piot, conciatore, una pelle d'agnello e una di puzzola, e va a offrirle da un'altra merciaia, la vedova Haumonté. Un avventore, insospettito, trattiene la pelle d'agnello; Piot la riconosce. Antoine, d'altronde, confessa. Quel furto, dichiara l'accusatore, non può essere materia di dubbio alcuno.
Quanto al formaggio di Marolles sottratto nella bottega d'un pizzicagnolo, la faccenda è diversa: il bottegaio afferma d'esserselo fatto restituire, il fanciullo d'averlo mangiato. Non sono i medesimi fatti; l'accusatore stralcia il capo d'imputazione. Quanto al ceppo della cappella di Santa Reina, nella chiesa di San Pietro, due bambine hanno visto passare un garzone di tredici o quattordici anni, e una ha visto Antoine lavarsi in un ruscello le mani insanguinate; ma al confronto, non sanno più assicurare che fosse lui. Antoine, dal canto suo, racconta che faceva la vedetta mentre un compagno scassinava la cassetta: tredici soldi, sette per l'altro, sei per lui. Un sospetto veemente, conclude l'accusatore, non una prova.
Resta l'ultimo capo, quello che ha determinato la condanna. E questa volta, è il fanciullo stesso a fornire ogni dettaglio.
Il 21 aprile 1789, verso mezzodì, entra nella chiesa di Saint-Maclou, apre col manico del proprio coltello il lucchetto che serra il cerchio di ferro del ceppo delle elemosine, asporta il lucchetto e va a nasconderlo sotto una pietra del fossato, presso la porta d'Aube. A sera, verso le cinque, ritorna, si rimbuca in un confessionale. Più tardi, cerca un arnese; scavalca la porta chiusa dell'organo, trova accanto alla cassa un bastone ferrato, ridiscende, va a prendere nel coro un perno di ferro che serve a reggere i candelieri, e una lampada per farsi lume. Presso il ceppo, la lampada si spegne; la posa a terra, l'olio si spande; la rialza e la posa su un banco.
Il ceppo resiste. Allora il fanciullo rinuncia, e va a coricarsi su un banco per passarvi la notte.
Si risveglia verso le cinque del mattino, si avvede d'essere troppo in vista, torna a nascondersi nel confessionale. È lì che un canonico lo scova. Antoine non chiederebbe di meglio che andarsene; gli sbarrano il passo. Un ragazzo di quattordici anni, il giovinetto Naudin, lo ferma; lo conducono dal procuratore del re, poi dal giudice, che lo riconduce nella chiesa a constatare l'effrazione. Confessa, e sempre confesserà, d'essere l'unico autore del delitto.
La Gazzetta non ha serbato che l'ultima parte della relazione, e non è dato sapere qui quale pena il tribunale abbia stabilito contro di lui. Resta impressa quest'immagine: un fanciullo di tredici anni, un bastone ferrato troppo pesante per le sue forze, una lampada rovesciata, e il sonno che lo coglie su un banco di chiesa prima ancora che il ceppo abbia ceduto.
Gazette des nouveaux tribunaux, 1791, tribunal du troisième arrondissement, affaire d'Antoine, fils naturel, natif de Bar-sur-Aube.
