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Armes de la Maison BeaulieuMAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRES
Le 54 Storielle della Cancelleria · Parigi e Saint-Domingue, 1793

Le coccarde gialle e verdi

Saint-Domingue brucia. Il governatore giura di non aver mai portato se non la coccarda tricolore. Un colono dispiega dinanzi ai giurati la bandiera dei rivoltosi.

Vi sono processi in cui si giudica un uomo, e altri in cui, attraverso di lui, si processa un’intera colonia. Quello di Louis-Philibert-François Rouxel de Blanchelande, già maresciallo di campo e luogotenente generale al governo delle Isole Sottovento francesi, fu della seconda specie. Dinanzi al Tribunale criminale rivoluzionario, insediato al Palazzo di Giustizia con la legge del 10 marzo 1793 per giudicare senza appello i cospiratori, fu Saint-Domingue tutta intera a sfilare al banco dei testimoni.

Il cittadino Hugues parlò per primo delle cose di mare. Aveva avuto l’incarico di sorvegliare l’armamento di due bastimenti, l’Agathe e il Castor, inviati a incrociare la rotta di un certo Borel, nuovo comandante della Guardia nazionale. Aveva fatto formale ingiunzione al capitano Grimoard di proteggere quell’arrivo; Grimoard aveva promesso di obbedire, purché non si premettesse a tali ordini la formula «in nome della Nazione, della Legge». Poi, anziché scortare Borel, l’aveva catturato in alto mare con i suoi compagni e tradotto prigioniero a Saint-Marc. Blanchelande, disse il teste, approvò siffatta condotta con una lettera.

Venne quindi l’immagine che la Gazette ha tramandato: l’arrivo del governatore dinanzi a Port-au-Prince, con due vascelli e due fregate, la sua entrata trionfale in città in mezzo a uno stato maggiore che ostentava sui cappelli coccarde gialle e verdi. Il testimonio narrò altresì la morte di un patriota di nome Praloto.

L'accusato rispose senza smarrirsi. Gli si imputava di aver convalidato i decreti dell’Assemblea coloniale; ma come imputargli a delitto l'aver approvato le deliberazioni dei rappresentanti del popolo della colonia? Quanto alle coccarde, egli non aveva mai portato se non la tricolore, e sfidava il teste a provare che i suoi ufficiali ne avessero esibite di diverse.

Augustin-Jean Bruley, colono piantatore e commissario della colonia, fu più terribile. Praloto, disse, era stato inviato a Saint-Marc, piazza che racchiudeva i più mortali nemici della Rivoluzione; «l’evento ha confermato le perfide trame di questo Generale», soggiunse: il disgraziato era stato fatto a pezzi con le sue stesse armi e gettato tra i flutti.

Poi Bruley, sindaco della parrocchia di Grande-Rivière, narrò la guerra condotta per dieci mesi. I capi degli insorti, affermava, gridavano «viva il re», si fregiavano di titoli di generali delle armate del re, portavano la croce di San Luigi; uno d’essi, Jean-François, sfoggiava un nastro azzurro e una fascia di raso su cui si leggeva «viva il re di Francia!». Il governatore disponeva, a suo dire, di ottomila uomini, e anziché arginare la rivolta nella pianura, l’aveva lasciata dilagare sui monti. Descrisse le stragi con parole che non si trascrivono.

E a un tratto, nel cuore dell’udienza, il deponente dispiegò una bandiera: quella della Guardia nazionale di Dondon, sottratta dai ribelli e poi a loro strappata da un comandante di dragoni di Cap-Français. Vi avevano cancellato «la Nazione, la Legge», per lasciar sussistere soltanto «viva il re». I giurati la esaminarono.

Il fascicolo della Gazette s’interrompe qui, nel mezzo del racconto della guerra. Si resta attoniti dinanzi a quel drappo dalla cravatta bianca, passato di mano in mano in un’aula del Palazzo, a duemila leghe dalle alture ove aveva sventolato; e dinanzi a un quesito che il processo sollevava senza poterlo sciogliere: di quale rivoluzione stava morendo Saint-Domingue?

Gazette des nouveaux tribunaux, 1793, Tribunale criminale rivoluzionario di Parigi, processo a Louis-Philibert-François Rouxel de Blanchelande.

Accadde oggi negli archivi giudiziari →