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Le 54 Storielle della Cancelleria · Parigi, primavera del 1795

Le firme in bianco

Aveva firmato in bianco centinaia di condanne a morte. Nella primavera del 1795 fu compilata la sua. In Place de Grève, tra gli scherni della folla.

Per diciassette mesi, un uomo aveva fatto comparire dinanzi a sé, nella grande aula del Palazzo di Giustizia, tutto quanto la Francia contava di sospetti: una regina, generali, appaltatori generali delle imposte, poeti, artigiani e servitori. Si chiamava Antoine-Quentin Fouquier-Tinville, ed era il pubblico accusatore presso il Tribunale rivoluzionario di Parigi. Nella primavera del 1795, venne il suo turno di sedere sul banco degli imputati.

Non vi sedeva solo. La Gazette des nouveaux tribunaux allinea dietro di lui, come si allineano i testimoni di un secolo che giudica se stesso, il lungo elenco degli antichi giudici e giurati del Tribunale: ventitré nomi, tra i quali quello di Maurice Duplay, quel falegname presso cui Robespierre aveva alloggiato. Erano tutti accusati di essere stati complici di sentenze sbrigate in pochi minuti, e di aver mandato al patibolo uomini che non ci si era nemmeno data la pena di ascoltare.

Bisogna leggere, nella Gazette, il dettaglio degli atti prodotti dall’accusa; nessuna requisitoria eguaglia questo semplice inventario. Vi si trovano sentenze firmate in bianco, che venivano riempite in un secondo momento; cassature non convalidate; nomi aggiunti in calce a una lista, altri depennati senza che si sapesse né perché né da chi; donne incinte condannate, che la legge stessa dell’epoca ordinava di risparmiare fino al parto; e disgraziati condotti alla ghigliottina, i quali non comparivano in alcun atto d’accusa, e che erano stati presi, si dice, per altri.

Il congegno vi appare per intero, nella sua tremenda semplicità. Non occorrevano una crudeltà singolare né il genio del male; bastavano una penna, una lista e una carretta che partiva ogni pomeriggio.

Fouquier-Tinville si difese con una fermezza che i suoi stessi nemici non gli hanno negato. Negò i fatti che poteva negare. Per gli altri, invocò gli ordini superiori: non aveva fatto altro, diceva, che eseguire i decreti della Convenzione e le deliberazioni dei suoi Comitati; non conosceva i cospiratori che veniva accusato d’aver risparmiato o perseguitato; non era che uno strumento.

Il tribunale che lo giudicava non fu di questo avviso. È lecito osservare, senza nulla togliere alla giustizia del verdetto, che quel tribunale era a sua volta una corte d’eccezione, e che la Rivoluzione, nel processare i propri carnefici, serbava ancora qualcosa del loro modo di giudicare.

Il processo durò più di cinque settimane. Il 7 maggio 1795, 18 floreale dell’anno III, Fouquier-Tinville fu condotto in Place de Grève con quindici dei suoi coimputati. La folla, che per tanto tempo lo aveva visto passare tra le file dei vincitori, si assiepò lungo il tragitto per ingiuriarlo. Tale fu l'esito di questa vicenda, che chiuse nel sangue, così com’era vissuta, la storia del Tribunale rivoluzionario di Parigi.

Non si può fare a meno di meditare su queste sentenze firmate in bianco. Dicono meglio di qualsiasi orazione come un’istituzione di giustizia si trasformi in una macchina: non per la malvagità di un solo uomo, ma per l’abitudine di molti, che un giorno smettono di leggere ciò che firmano.

Fonte: Gazette des nouveaux tribunaux, anno III (1795), processo agli ex giudici e giurati del Tribunale rivoluzionario di Parigi.

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