MAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRES« Sepolcri invalicabili delle segrete dell'Inquisizione, rumorose gabbie di Bicêtre... »Le Prigioni d'Europa · Tomo I
Tra gli urli delle celle dei folli e il martello dei fabbri del bagno penale, i dannati scavano il calcare per strappare la libertà all'anticamera del nulla.
Vi sono soglie che il sole rifiuta di rischiarare. Sull’altopiano ventoso di Gentilly, l’alta e nera sagoma di Bicêtre ergeva le sue muraglie lebbrose, per metà fortezza e per metà tomba, contro le nebbie di Parigi. In quel finire d’inverno, mentre il vento d’oriente gelava le midolla, i pesanti battenti di quercia fasciati di ferro si erano appena richiusi con uno schianto sinistro su un nuovo convoglio di miserabili e scellerati. Bicêtre non era una prigione comune; era una mostruosa cloaca d’Antico Regime, una voragine in cui prima la monarchia, poi le repubbliche e le corti prevostali, ammassavano alla rinfusa maniaci furiosi, ladri di strada, cospiratori realisti e fanciulli perduti della capitale.
Varcato appena lo sportello d’ingresso, un rumore sordo e incessante percuoteva il timpano: un concerto innominabile di rantoli, latrati umani, stridore di catene e bestemmie. Era il clamore delle celle degli alienati sovrapposte ai trabocchetti segreti, dove creature spettrali sporgevano le braccia scarnificate attraverso anguste feritoie per mendicare un tozzo di pane ammuffito. Sul gran registro di matricola dalla legatura in vitello scrostata, il cancelliere dalle dita intirizzite intinse la penna d’oca. Davanti a lui stava Nicolas, vecchio compagno di strada degli sgherri di Cartouche, lo sguardo duro, le mascelle serrate. Per lui come per altri venti, la sentenza era caduta senza appello: i ferri, l’attesa del grande convoglio e il bagno penale di Brest al termine della strada di sangue.
Nel sinistro cortile Saint-Jean, il suolo di terra battuta era pregno d’un odore acre di sudore freddo, ruggine ed esca bruciata. Due volte l’anno, quel cortile diveniva il teatro del più orrendo spettacolo della giustizia umana: la ferratura della catena. In mezzo alla folla di curiosi accorsi da Parigi per godere di quella viva tragedia, i forzati sedevano a file di due, le gambe nude e tremanti sul lastrico unto.
« Sepolcri invalicabili delle segrete dell'Inquisizione, rumorose gabbie di Bicêtre... il viaggiatore che si accosta a queste mura crede d'udire ruggire i dannati nella fornace. »
I fabbri reali, con il grembiule di cuoio annerito che batteva loro sui ginocchi, arroventavano i ribattini sui carboni ardenti. Nicolas sentì il fiato bruciante della brace prima ancora che la massa pesante dell’incudine portatile gli fosse puntellata contro le vertebre. Due armigeri dal cappello cerato lo tennero inchiodato a terra con una stretta d’acciaio. Il martello percosse il ferro rovente a pochi millimetri dalla gola. A ogni colpo, l’onda d’urto attraversava il midollo spinale, facendo rimbombare la scatola cranica come una campana di bronzo. Un sol movimento falso, e il cranio sarebbe andato in frantumi. Quando il garzone di catena ribadì la copiglia raffreddata con abbondante acqua e aceto, un sibilo di vapore solfureo avvolse il suppliziato. Ormai Nicolas non era più che una maglia d’una catena di venti galeotti, saldato per l’eternità a cadaveri in sospeso.
Ma sotto i piedi dei carcerieri e il selciato del cortile Saint-Jean si stendeva un mondo invisibile: le antiche cave di Gentilly, budelli tenebrosi e labirinti di calcare che Bicêtre aveva inghiottito nel volgere dei secoli. I sotterranei inferiori, detti «i pozzi», vi sprofondavano a più di trenta piedi sotto terra, là dove l’acqua morta trasudava lungo le pareti e i ratti correvano con insolente baldanza sulla paglia putrefatta.
Fu in quelle viscere buie che maturò l’impossibile sogno. Da mesi i prigionieri avevano sottratto un cuneo di ferro e una verga d’acciaio strappata a un vecchio letto di contenzione. Ogni notte, approfittando dello strepito spaventoso dei folli che urlavano alla luna ai piani superiori, un uomo scavava. Disteso sul ventre nel fango gelato, soffocando nell’aria mefitica dove gli stoppini di sego untuoso rifiutavano di bruciare, Nicolas grattava la roccia tenera. Il gesso cedeva, grano a grano, blocco a blocco. I calcinacci venivano meticolosamente dispersi nei buglioli o celati sotto i pagliericci. Sopra di loro, i passi pesanti delle guardie risuonavano con la regolarità d’un pendolo di morte; di sotto, l’oscurità si spalancava verso la libertà delle catacombe, quelle gallerie dimenticate che serpeggiano sino al faubourg Saint-Jacques.
La notte stabilita per infrangere il sepolcro fu quella d’una furiosa tempesta d’aprile. Il tuono copriva lo scroscio dei ferri, e i torrenti d’acqua che allagavano il cortile offrivano un baluardo perfetto contro l’udito delle sentinelle. Con un colpo di spalla disperato, Nicolas e tre congiurati smossero l’ultimo masso di calcare. La breccia si aprì in un soffio d’aria fredda e fetida, svelando il nero assoluto delle cave secolari.
A uno a uno, lacerandosi la pelle contro le asperità della roccia, i prigionieri scivolarono nello stretto cunicolo. Ma nell’istante in cui l’ultimo forzato s’inabissava nella crepa, una pesante catena rimasta sospesa alla caviglia urtò il battente d’una grata di sfogo. Il tintinnio argentino, nitido e tagliente, salì dritto al corpo di guardia. Un grido echeggiò: «All’armi! La guardia!» La campana a martello di Bicêtre si mise a rintoccare con precipitosa furia, destando cinquecento voci di dementi che unirono i loro guaiti all’allarme generale.
Nei sotterranei, i fuggiaschi correvano a tentoni, guidati soltanto dall’odore di terra umida e dal lontano ricordo dell’aria aperta. Dietro di loro già si accendevano le torce dei soldati, proiettando gigantesche ombre mobili sulle volte di pietra, mentre i mastini d’assalto ululavano alla morte, aizzati dall’odore del sangue e del vecchio cuoio. Strisciando tra due veli d’acqua sotterranea, rischiando venti volte di essere inghiottito da un vicolo cieco di rena, Nicolas scorse infine un pallido chiarore azzurrino: la bocca di lupo d’una cava a cielo aperto che dava sui boschetti di Gentilly. Spezzando l’ultima sbarra con uno sforzo sovrumano, emerse dalla terra melmosa proprio mentre le prime palle di moschetto fischiavano tra i rami sopra il suo capo. Si lasciava alle spalle i pozzi senza fondo di Bicêtre; ma la sua anima, marchiata a fuoco dal terrore delle segrete, non avrebbe mai più conosciuto il riposo degli uomini liberi.