MAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRES« Origine dell'arresto per debiti. »Le Prigioni d'Europa · Tomo IV
Rinchiuso per ventidue anni per essersi rifiutato di pagare un debito contestato, il colonnello James Swan sfidò i suoi creditori finché la libertà non lo stroncò nel cuore di Parigi.
Non si varcava la soglia del palazzo di rue de Clichy come si cadeva sotto i catenacci umidi di Bicêtre o nelle segrete fonde della Force. A Clichy, casa di detenzione speciale istituita sotto la Restaurazione per sgravare Sainte-Pélagie dei suoi insolventi, il delitto indossava la finanziera all’inglese, calze di seta e profumo di garofano. Era il regno dell’arresto personale per debiti, quel relitto feudale codificato da Napoleone che consentiva a qualunque creditore di acquistare la carcassa del proprio debitore al prezzo irrisorio di una mesata di mantenimento. Per quarantacinque franchi al mese, versati in anticipo sul grande scrittoio del custode, un banchiere vendicativo teneva il proprio uomo sotto chiave; bastava un solo giorno di ritardo nel saldo della diaria carceraria, e il chiavistello scattava all'istante.
Dietro gli alti muri irti delle baionette invisibili della Chaussée-d'Antin, il cigolio delle chiavi possedeva una sinistra soavità. I registri d'entrata non registravano né omicidi né sedizioni, bensì vertiginose cateratte di tratte insolute, vaglia di comodo e ipoteche svanite nel nulla. Il carceriere non frugava nelle tasche in cerca d’un coltellaccio, ma vi saggiava il rigonfiamento delle borse. Nei corridoi lustri di cera e nel vasto cortile ombreggiato da tigli si udiva il fruscio dei listini di Borsa, il tintinnio del vasellame d’argento e il riso sonoro dei commensali. Eppure, sotto le apparenze bonarie d’un circolo aristocratico, la gabbia restava inesorabile. Era il reclusorio delle vanità infrante, il vicolo cieco dei prodighi, dove principi spiantati gomito a gomito con illustri truffatori vivevano sotto lo sguardo canzonatorio delle guardie.
«L'arresto corporale non uccide l'uomo: lo pietrifica nella sua impotenza; il debitore cessa di appartenere al consorzio umano, diviene il mobile inerte d'un odio finanziario.»
Tra quella fauna variopinta regnava un sovrano assoluto, un vegliardo leggendario il cui solo nome faceva correre un brivido di stupore lungo le gallerie: il colonnello James Swan. Eroe americano della guerra d'Indipendenza, negoziante le cui navi avevano rifornito la Convenzione Nazionale, Swan era immensamente ricco. I suoi possedimenti negli Stati Uniti si estendevano per intere province e i suoi effetti cambiari avrebbero coperto il debito pubblico d'un piccolo Stato. Ma nel 1808 un commerciante tedesco, spalleggiato da tribunali compiacenti, gli aveva reclamato due milioni di franchi per una controversa transazione marittima. Swan, certo della propria ragione, aveva rifiutato di sborsare un solo centesimo.
«Pagare significherebbe confessarmi falsario», aveva giurato porgendo i polsi agli uscieri. «I miei creditori non avranno che le mie ossa!»
Gettato dapprima a Sainte-Pélagie, poi trasferito nella reggia dei debiti di Clichy, vi rimase per più di vent'anni filati. James Swan non marciva: regnava. Occupava un appartamento di tre stanze ammobiliate con sfarzo inaudito, tapezzate di damasco cremisi e provviste dei vini più rari di Francia. Vi era di più piccante: il colonnello aveva acquistato il palazzetto borghese situato proprio dirimpetto alla prigione, dall'altro lato della strada, dove alloggiavano la moglie e le figlie. Ogni pomeriggio il vecchio si piantava alla finestra ferrata della propria cella, con l'occhialetto d'oro alla mano, per salutare la famiglia affacciata al balcone fiorito, beffando la giustizia del re con il flemmatico eroismo dei pionieri di Boston.
Clichy vedeva sfilare il secolo. Nei salotti del pianterreno Swan teneva tavola aperta per gli ospiti di passaggio, e che ospiti! Vi si scorse il formidabile Gabriel-Julien Ouvrard, il gran fornitore dell'Impero, il quale, dal fondo della sua cella, negoziava prestiti da cinquanta milioni con le cancellerie d'Europa e faceva tremare la Borsa di Parigi per mezzo di corrieri segreti prezzolati a peso d'oro. Ouvrard sorseggiava il Madera del colonnello mentre al pianoforte suonava il principe di Kaunitz, precipitato laggiù per i capricci rovinosi d'una ballerina dell'Opéra.
Un giorno vi fu immatricolato Kallewig, detto «il bel svedese», seduttore impenitente i cui duelli e debiti di gioco alimentavano le cronache dei boulevard; l'indomani, un sedicente patriarca di Gerusalemme vestito di seta purpurea benediceva la zuppa dei prigionieri più pezzenti prima di giocarsi una partita a picchetto con maestri d'arme in rovina. La notte, quando i pesanti chiavistelli calavano sui pianerottoli, Clichy sussurrava di trame mercantili e di singhiozzi soffocati. Poiché, se i nababbi vi celebravano la propria insolvenza, modesti bottegai anonimi, rinchiusi per trecento miseri franchi dal rancore d'un usuraio di quartiere, vi si consumavano di disperazione, lontani dai figli affamati.
A ogni primo del mese i secondini spiavano il passo falso del creditore di James Swan. Ma il tedesco era pervicace. I quarantacinque franchi per il vitto cadevano nella borsa della prigione con la regolarità d'un orologio funebre. Swan avrebbe potuto firmare una tratta ed esalare la libertà in un minuto; preferiva logorare il nemico con una caparbietà d'acciaio, dichiarando che avrebbe lasciato Clichy dal portone principale, vittorioso e senza sborsare un quattrino.
Toccò alla Storia spezzare quel dramma a porte chiuse che il denaro non aveva saputo piegare. Nel luglio del 1830 i cannoni di Carlo X tuonarono su Parigi. La Rivoluzione delle Tre Gloriose incendiò il faubourg Saint-Honoré e le barricate si innalzarono sino ai piedi di rue de Clichy. Il 29 luglio il popolo in armi, ebbro di polvere da sparo e di furore repubblicano, marciò sulla prigione dei debitori. I portoni carrai andarono in frantumi sotto la scure degli insorti; i registri carcerari furono strappati, gettati al vento e calpestati tra le acclamazioni.
«Siete liberi!», gridavano gli studenti armati ai prigionieri sbigottiti. «La tirannia è morta, viva la libertà!»
In mezzo al tumulto, James Swan rifiutò dapprima di fuggire come un malfattore. Attese che il direttore del carcere gli consegnasse un certificato di scarcerazione ufficiale, stilato in piena regola. Poi il vecchio di settantasei anni, appoggiandosi al bastone con il pomo di diaspro, varcò la soglia maledetta che non calcava da ventidue anni, otto mesi e ventitré giorni. Attorno a lui il mondo aveva mutato era: Napoleone era morto in catene, due Borboni erano fuggiti, il vapore stava trasformando la terra.
Swan mosse pochi passi incerti sul selciato ancora caldo di rue de Clichy. Respirò a pieni polmoni l'aria non più tagliata dalle sbarre, alzò gli occhi verso il sole di mezzogiorno, accennò un saluto verso l'edificio dove la sua famiglia lo attendeva da tanti inverni. A un tratto, la mano guantata si strinse al cuore. Le ginocchia cedettero. L'aria aperta, dopo due decenni di prigionia volontaria, si abbatté su di lui con la violenza d'una lama avvelenata. Il colonnello stramazzò sul marciapiede dei boulevard, fulminato da un colpo apoplettico poche ore appena dopo la scarcerazione. L'orgoglio lo aveva tenuto in vita tra i ferri; il primo alito di libertà era appena venuto a strappargli il respiro.