MAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRES«La rivoluzione comincia all'Abbaye.»Le prigioni d'Europa · Tomo VII
Nel cuore dei massacri di settembre del 1792, un ufficiale realista sfida il tribunale di sgozzatori di Maillard nelle viscere della più spaventosa prigione militare di Parigi.
Sotto le volte secolari della prigione dell’Abbaye, il silenzio non era che la maschera del terrore. Eretta sulle dipendenze dell’antico cenobio di Saint-Germain-des-Prés, quella fortezza dalle muraglie spesse sei piedi era a lungo servita da casa di correzione per i rampolli discoli di buona famiglia e da carcere militare per le guardie indisciplinate. Ma in quell’epilogo d’agosto del 1792, l’odore della cera dei monaci era svanito da un pezzo, soppiantato dal sudore acre dei sospetti, dal marciume dei pagliericci umidi e dalla ruggine dei ferri. Dalla caduta delle Tuileries, il 10 agosto, la cancelleria non si svuotava più: vi si ammassavano alla rinfusa giornalisti sediziosi, preti refrattari, gentiluomini devoti alla Corona e ministri destituiti.
Tra costoro languiva François de Journiac Saint-Méard, già capitano nel reggimento del Roi-Infanterie, tratto in arresto per aver dato alle stampe un libello realista. Gettato in una camurria angusta sotto i tetti, ascoltava giorno e notte il frastuono di fuori: le pattuglie che battevano il selciato di rue Sainte-Marguerite, gli zoccoli delle sentinelle e lo stridore metodico dei pesanti chiavistelli che il custode Lavacquerie manovrava con imperturbabile flemma. Attraverso lo spioncino inferriato, la città ruggiva come un mare in tempesta. Parigi apprendeva la caduta di Longwy, la marcia dei Prussiani, e il furore della piazza reclamava la testa dei «traditori dell’interno».
Domenica 2 settembre, alle tre del pomeriggio, la campana a martello si mise a rintoccare a Saint-Sulpice: cupa, precipitosa. Di lì a poco, un mugghio sordo superò il portone esterno. Non erano rivoltosi accorsi a liberare i soldati come nel luglio del 1789, ma una masnada di individui a braccia nude, armati di picche, sciabole e mazze, con le gote annerite dalla polvere pirica e gli occhi vitrei d’acquavite. In pochi istanti, il cortile inferiore si mutò in un macello a cielo aperto.
«Il vino che ci recavano sapeva di carneficina; ogni colpo di sciabola vibrato sul lastrico echeggiava nelle nostre viscere come i rintocchi della nostra stessa agonia.»
In mezzo a quel turbine, un uomo impose una gelida disciplina alla mattanza: Stanislas Maillard, eroe della Bastiglia, una pertica d’uomo vestita di nero. Postosi a sedere dietro la tavola della cancelleria, fece spalancare il grande registro matricola, impugnò una penna d’oca e si proclamò giudice supremo d’un tribunale improvvisato. Due cadaveri servivano da predella ai suoi improvvisati assessori. Il rito durava due minuti: si scandiva il nome, il capo d’accusa, poi Maillard rivolgeva due quesiti stringati. Se pronunciava la formula fatale: «Alla Force!», la vittima varcava lo sportello per essere seduta stante squartata dai massacratori che attendevano sulla soglia, le sciabole levate. Le grida dei morituri salivano sino agli abbaini dei piani superiori, ove i superstiti contavano i secondi che li separavano dal nulla.
Nel camerone oscuro ove Saint-Méard attendeva con una decina di compagni di sventura, l’aria era divenuta irrespirabile. Il terrore aveva bandito il sonno. Dalle inferriate, l’odore del sangue caldo e dell’aceto versato per disperdere il lezzo montava in zaffate stomachevoli. Fra i prigionieri si trovavano il vecchio marchese di Cazotte, sublime illuminato e profeta incompreso, e il venerando governatore degli Invalides, Sombreuil, la cui figlia, Mademoiselle de Sombreuil, supplicava gli aguzzini di lasciarla morire insieme al padre.
A ogni giro dei cardini della pesante porta ferrata, un silenzio di tomba piombava sui reclusi. Il carceriere entrava, scortato da due sgherri col giubbone chiazzato di rosso e una torcia resinosa in pugno. Un nome veniva abbaiato. Il designato si alzava, abbracciava i vicini, vuotava le tasche per lasciare un anello o un orologio a chi restava, quindi scendeva la scala a chiocciola. Dieci minuti più tardi, un boato di selvaggia esultanza della folla annunziava che il misero era appena caduto sotto le picche. Saint-Méard, risoluto a disputare la propria vita palmo a palmo, trascorse trentotto ore a limare la propria difesa interiore, studiando le debolezze dei giudici attraverso gli echi che giungevano sino a lui: l’oro non serviva a nulla, la supplica infastidiva; soltanto un’audacia inflessibile poteva disarmare la demenza di quei carnefici.
Martedì 4 settembre, alle due del mattino, i catenacci scattarono un’ultima volta per Saint-Méard. Afferrato da due guardie le cui mani s’appiccicavano al cuoio del suo abito, fu trascinato fino al pianterreno e scagliato dinanzi alla tavola fatidica. Il chiarore tremulo delle candele illuminava il volto ossuto di Maillard, la cui penna rigava i fogli del registro. Attorno a loro, una dozzina di sanculotti, puntellati su picche grondanti, fissavano l’aristocratico con muta ferocia.
— Cittadino, il tuo nome! — intimò Maillard senza alzare gli occhi.
— François de Journiac Saint-Méard, già capitano.
— Hai scritto contro la libertà, hai cospirato con gli emigrati! — gridò una voce dall’ombra.
Saint-Méard non chinò lo sguardo. Con voce ferma, marziale, che risonò nitida sotto le basse volte, replicò:
— Ho servito il mio re: tale era il mio dovere, tale la mia fedeltà. Non ho mai tradito la patria, e nessun uomo qui può provare ch’io abbia versato il sangue d’un patriota! Sono realista perché ho prestato giuramento, ma non sono un vile, né una spia dello straniero!
Un mormorio serpeggiò fra la schiera degli assassini. Quella schiettezza altera, lungi dall’esasperarli, scosse quegli animi fanatici che disprezzavano i cortigiani piagnucolosi. Maillard si tolse il cappello, consultò i suoi con lo sguardo, poi richiuse bruscamente il grande registro esclamando:
— Non v’è alcunché a carico di costui. Lo giudico innocente. Gli sia resa la libertà!
All’istante, le medesime mani che avevano appena trucidato i suoi compagni lo cinsero, non per colpirlo, bensì per serrarlo in abbracci fraterni e sanguinolenti. Al grido di «Viva la Nazione!», i massacratori gli aprirono un varco attraverso il cortile disseminato di cadaveri mutilati, scortandolo a torce alzate sino a rue Saint-Benoît come un trofeo della loro barbara clemenza. Saint-Méard era appena scampato alla voragine dell’Abbaye, serbando nella memoria il ricordo indelebile della cancelleria in cui la Rivoluzione aveva impresso la propria matricola nella carne degli uomini.