MAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRES« La storia della rivoluzione scritta sui somari dei registri di carcerazione. »Le carceri d'Europa · Tomo III
Il 20 dicembre 1815, a dodici ore dal patibolo realista, una donna forzò i catenacci della più formidabile tomba di Parigi.
Fluttuava nei bassifondi della Conciergerie una caligine grassa, miscuglio di trasudamento della Senna vicina e di ceneri spente. In quel mercoledì 20 dicembre 1815, le pietre secolari dell'antico palazzo dei re sembravano sudare angoscia. Da secoli quel budello di calcare non restituiva mai ciò che gli veniva affidato: Pierre de la Brosse vi aveva lasciato le viscere, Ravaillac le membra disarticolate, Charlotte Corday la sua fiera compostezza, e Maria Antonietta le ultime lacrime della monarchia. Sul grande registro carcerario dai tagli smangiati, ogni sigla pareva una sentenza già sottoscritta dal boia.
«La storia della Francia moderna non si è scritta con l'inchiostro delle corti, ma col fango e col sangue dei registri della Conciergerie.»
Nella cella numero uno, un tempo riservata ai criminali di Stato e abbandonata da poco dal maresciallo Ney prima della sua esecuzione all'alba del 7 dicembre, un uomo contava i battiti delle proprie tempie: Antoine Marie Chamans, conte di Lavalette. Fedele tra i fedeli dell’Imperatore caduto, direttore generale delle Poste durante i Cento Giorni, la seconda Restaurazione lo aveva appena condannato a perdere il capo in Place de Grève. L'istanza di grazia era stata respinta da Luigi XVIII. I falegnami stavano già approntando la ghigliottina nel cortile del Dépôt. Alle sette del mattino seguente, la mannaia gli avrebbe reciso il collo. Non restava a Lavalette che una notte, gelida e senza scampo, rintanato sotto quelle volte dove il silenzio era rotto soltanto dal tintinnio dei ferri e dalla ronda sorda dei custodi reali.
Alle cinque della sera, i pesanti catenacci della trappola stridettero in un'eco funebre. La porta bassa lasciò passare una figura minuta, avvolta in una pelliccia di panno scuro foderata di zibellino e sormontata da un cappello con un gran velo nero. Era Émilie de Beauharnais, contessa di Lavalette, nipote di Giuseppina. Minata da una febbre nervosa, prostrata dalle gravidanze e dai lutti, camminava nondimeno con passo d'acciaio. Dietro di lei trotterellava la figlia Joséphine, quattordici anni, lo sguardo smarrito dal terrore, accompagnata da una vecchia fantesca.
I carcerieri, mossi da pietà o ammansiti dalle mance, richiusero senza sospetto la prima cancellata. Una stufa in ghisa borbottava in un angolo, appestando l'aria di torba bruciata. Su una zoppicante tavola d'abete fu recata l'ultima cena: una minestra tiepida, qualche pezzo di carne e una caraffa. Ma la nobildonna non era venuta per piangere. Non appena la porta si richiuse, afferrò il braccio del consorte con una stretta ferrea.
«Tutto è pronto», mormorò con voce bianca ma imperiosa. «Indosserete il mio abito, la mia pelliccia e la mia cuffia. Uscirete al braccio della nostra bambina. Una portantina vi attende nella corte degli Uomini, poi un calesse sul Quai des Orfèvres.» Lavalette indietreggiò, colto da ribrezzo. Lasciare la moglie morente in quel baratro, in balìa della furia cieca degli ultras? Rifiutò con veemenza. Émilie lo fissò allora con i suoi grandi occhi ardenti: «Se morite, io muoio domani. Se fuggite, mi salvate due volte. Non aggiungete la vostra fine alla mia agonia. Obbeditemi.»
La metamorfosi si compì in un silenzio da sepolcro. Lavalette infilò gli stivali nelle pieghe di una gonna di merinos color nocciola, infilò le braccia robuste nelle maniche anguste dell'abito di seta, si infagottò nella pelliccia e calò sul viso rasato di fresco la cuffia di raso nero orlata da una gala di merletto. Émilie gli cacciò tra le dita un fazzoletto di battista ricamato: «Piangete, Antoine. Celate la barba e le mascelle in queste trame. Gli aguzzini non vi vedranno che il baratro della disperazione.»
Alle sei e un quarto, la campana del Palazzo suonò. Era l'ora fatidica in cui i visitatori dovevano sgomberare i bracci di detenzione. Lavalette batté alla porta interna. Il chiavaro Benoist fece scattare i tre magistrali mandrini. Nella penombra del corridoio apparve la finta contessa, barcollante, appoggiata a peso morto alla fragile spalla della piccola Joséphine, il fazzoletto premuto sugli occhi, simulando i singhiozzi convulsi di una vedova che ha appena baciato lo sposo per l'eternità.
Per guadagnare l'aria aperta occorreva superare quattro porte corazzate, il corpo di guardia dei veterani e la vasta sala della cancelleria, rischiarata da un sego spettrale. In ogni cantone sostavano sentinelle col fucile carico. Il passo era lento, impacciato dalle calze di seta e dall'orlo della gonna che inciampava sul selciato ineguale. A metà strada, il custode Roquette si fece avanti, sollevando la lanterna all'altezza del viso. Il cuore di Lavalette cessò di battere; sotto il pizzo, una goccia di sudore ghiacciato gli rigava la guancia. Ma il guardiano non scorse che un velo madido di pianto e, ritraendosi con un rispettoso inchino dinanzi a quel dolore sacro, spinse egli stesso la grata dell'uscita.
L'aria gelida di dicembre schiaffeggiò infine il volto del fuggiasco sui gradini del cortile della Sainte-Chapelle. La portantina era lì. Lavalette vi si rintanò dentro, ma un panico atroce lo paralizzò: mancava uno dei portatori! Trascorsero alcuni secondi, lunghi come secoli, mentre i gendarmi di guardia passavano a tre passi fumando le loro pipe corte. Finalmente il secondo uomo balzò fuori dall'ombra bestemmiando, impugnò le stanghe, e il fragile abitacolo si mosse sul selciato viscido verso il Quai des Orfèvres, dove lo attendeva un calesse clandestino.
Nel medesimo istante, nei meandri della Conciergerie, il secondino Benoist tornava verso la cella numero uno per sparecchiare. Attraverso i vetri dello stambugio intravide la sagoma del condannato seduta accanto alla stufa, di spalle, immobile, con un fazzoletto premuto sulla faccia. «Signor conte, bisogna spegnere il lume», disse il carceriere allungando la mano.
La figura si voltò di scatto. Gli occhi fieri di Émilie de Beauharnais trafissero l'oscurità. Non tremava più; un sorriso di trionfo le illuminava le guance scarnite. Benoist impallidì, lasciò cadere il mazzo di ferri che risuonò greve sulla pietraia, e urlò con una voce roca che scosse le volte: «All'armi! Chiudete i portoni! È la donna! Il prigioniero è fuggito!»
La campana a martello prese a battere, le baionette incrociarono il ferro nella notte di Parigi, ma era troppo tardi. Nascosto per tre settimane nel cuore stesso del Ministero degli Affari Esteri sotto il naso di una polizia inferocita, poi condotto fuori dal regno verso l'Inghilterra da audaci ufficiali britannici, Lavalette era ormai irraggiungibile. Ancora una volta, il temibile vestibolo del patibolo aveva dimostrato che, se le sue mura sapevano soffocare i re e stritolare gli eroi, l'amore di una donna poteva scardinare il più inespugnabile dei suoi sepolcri.