MAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRES« La coniugazione del verbo essere sospetto. »Le prigioni d'Europa · Tomo VIII
Quando gli ori di Maria de' Medici divennero l'anticamera del patibolo per Danton e per gli amanti spezzati dal Terrore.
Sotto la pioggerella gelida di germinale dell'anno II, il palazzo del Lussemburgo non serba dello splendore fiorentino di Maria de' Medici che un fasto derisorio e profanato. Dietro le alte cancellate di ferro battuto, le gallerie dove un tempo Rubens dipinse l'apoteosi delle regine non risuonano più se non del cozzo dei calci dei fucili e del lugubre strepito delle ferraglie. In pochi mesi, la Convenzione ha mutato questo capolavoro del Rinascimento nel più temibile tranello della capitale. Ovunque, le boiserie scolpite scompaiono sotto rozzi tramezzi d'abete; i camini monumentali, dove un giorno ardeva la quercia reale, sono sbarrati da grate di ferro; i pavimenti a intarsio marciscono sotto la paglia fetida gettata ai prigionieri.
Sui registri matricolari anneriti dall'inchiostro frettoloso del custode Benoit, la Francia intera viene a declinare la propria agonia. Vi si ammassano alla rinfusa i duchi gallonati d'ieri, i vescovi refrattari, vecchie fantesche analfabete colpevoli d'aver pianto per il padrone e marinai inglesi catturati in mare aperto. La «legge sui sospetti» lavora a pieno ritmo, trasformando il verbo essere sospetto in una condanna a morte a scadenza. Eppure, nella notte tra il 10 e l'11 germinale, un brivido ignoto attraversa i corridoi affollati: la carretta della guardia nazionale ha appena scaricato alla cancelleria l'uomo che, diciotto mesi prima, incarnava da solo il furore e la voce della Repubblica. Georges-Jacques Danton varca la soglia del Lussemburgo.
Entrato al suo seguito nel baratro, Camille Desmoulins incespica, il colorito cereo, gli occhi stralunati. Il brillante libellista del Vieux Cordelier, che credeva di poter disarmare il Terrore con un tratto di penna, non è più che un'ombra tremante, stretta al petto una ciocca dei capelli biondi della giovane sposa, Lucile. Di fronte a loro si erge la figura laida del loro nuovo padrone: il carceriere Verney. Anima dannata del tribunale rivoluzionario tra le mura del palazzo, Verney si aggira per le camerate scortato da un mastino feroce e da un mazzo di chiavi che tintinna come una campana a morto. Quell'uomo non apre i catenacci senza imprecare, perquisisce i pagliericci a colpi di stanga e spia il minimo palpito di sommossa per meritarsi le mance di Fouquier-Tinville.
Mentre spingono Camille, in lacrime, dentro un abbaino sotto i tetti da cui a stento si scorgono i comignoli di rue de l'Odéon, Danton si rifiuta di piegare la schiena. La sua mole erculea colma da sola il vano della prigione. Agli aristocratici increduli che lo squadrano in silenzio, attoniti nel vedere il carnefice d'ieri dividere la loro cella, il colosso risponde con una risata roca che fa vibrare i vetri sudici:
«Signori, speravo bene di farvi uscire di qui; ed eccomi invece tra voi, né so davvero come andrà a finire... In un'epoca simile feci istituire il tribunale rivoluzionario; ne chiedo perdono a Dio e agli uomini!»
La detenzione dei dantonisti non può durare: il Comitato di salute pubblica sa che la voce di Danton, se dovesse tuonare troppo a lungo innanzi al tribunale, potrebbe sollevare il faubourg Saint-Antoine e rovesciare la ghigliottina contro i suoi padroni. Per fiaccare gli imputati ancor prima del dibattimento, nei meandri oscuri del Lussemburgo si ordisce una macchina infernale: la famigerata «cospirazione delle carceri». Verney e le spie prezzolate, infiltrate tra i reclusi sotto il sinistro nome di «montoni», spargono la voce che un complotto aristocratico stia per forzare i portoni del palazzo, sgozzare i custodi patrioti e marciare sulla Convenzione per liberare i capi indulgenti.
Questa sanguinosa finzione offre all'accusatore pubblico il pretesto tanto agognato. Gli interrogatori sommari si susseguono in un'anticamera appestata dall'aceto di cui ci si asperge per scongiurare il tifo. Danton reclama a gran voce i suoi testimoni, ruggisce contro Saint-Just e Robespierre, ma il cancelliere si rifiuta di verbalizzare le sue difese. Non appena il prigioniero tenta di alzare il tono, un decreto liberticida lo dichiara escluso dai dibattimenti per «oltraggio alla giustizia». La trappola è scattata. Al Lussemburgo, Verney esulta: nel cortile lastricato, le carrette manovrano già a marcia indietro, il retro rivolto verso il portone d'onore, pronte a caricare la loro messe di carne umana.
Il 16 germinale dell'anno II (5 aprile 1794), alle tre del pomeriggio, un lugubre rullio di tamburi scuote le gallerie. Danton, Fabre d'Églantine, Hérault de Séchelles e Camille Desmoulins vengono strappati alle loro celle. Con le mani legate dietro la schiena da ruvide funi di canapa e la camicia ampiamente scollata sulla nuca, i condannati scendono lo scalone d'onore. Camille si divincola urlando il nome della moglie, implorando il cielo, mentre Danton, raddrizzando la testa segnata da cicatrici, gli mormora con rudezza fraterna: «E sii calmo, via! Lascia perdere questa canaglia!»
Ma l'odio degli inquisitori non si placa sulla piazza della Rivoluzione. Otto giorni dopo, una nuova preda varca la cancellata del Lussemburgo: Lucile Desmoulins in persona, ventitré anni appena, arrestata con la grottesca accusa di aver voluto corrompere i carcerieri con l'oro inglese per salvare il marito. In quei corridoi ove aleggia ancora il profumo di Camille, la giovane donna non trema. Sa che andrà a ricongiungersi a lui. Accanto alla vedova di Jacques-René Hébert — il nemico giurato del marito, a lei accomunata dall'assurda cecità della mannaia —, sale verso il patibolo con il sorriso estatico d'una sposa che s'accosta all'altare.
Il Lussemburgo rimarrà questa voragine insaziabile, inghiottendo intere infornate di vecchi e di fanciulli, sino al giorno incandescente del 9 termidoro. Quel meriggio, quando le campane suonano infine la caduta dell'Incorruttibile, i prigionieri adunati nei cortili stentano dapprima a credere alla propria salvezza, ascoltando atterriti il passo pesante di Verney che fugge per il vicolo. Il silenzio ridiscende infine sul palazzo di pietra, lasciando impressi per sempre nei suoi lastroni gli spettri confusi di quanti vollero la Rivoluzione e di quanti essa stritolò nel proprio ventre di bronzo.