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Le prigioni d'Europa · Tomo VIII · Maquet & Alboize, 1845

Le Madelonnettes

Parigi · Francia · XVII secolo (convento) – Rivoluzione e XIX secolo
«Origine del nome delle Madelonnettes.»Le prigioni d'Europa · Tomo VIII
Vi furono rinchiusi
  • il custode Vaubertrand (e la sua famiglia)
  • gli attori del Théâtre-Français
  • Marino
Cronologia
  • XVII secoloFondazione del convento delle Madelonnettes a opera di Marguerite de Gondi, vedova di Meignelay; casa di correzione
  • 1793-1794Prigione rivoluzionaria: detenzione degli attori del Théâtre-Français; epidemia nel carcere curata dal medico Dupontet
  • 1ª metà del XIX secoloLe Madelonnettes divengono prigione femminile, poi carcere per giovani detenuti; trasferimento delle donne a Saint-Lazare
Collana Le prigioni d'Europa (8 tomi, da Maquet & Alboize) — prima edizione moderna, ricomposta e annotata a partire dalle fonti Gallica. In preparazione.
📍Parigi · Francia
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🕯️ Racconto della Veglia · Le 20 Prigioni Mitiche d’Europa e l’Inchiesta PicaudLettura serale · ~6 min

La notte delle maschere alle Madelonnettes

Quando la compagnia di Molière attendeva il patibolo sotto le volte umide d'un convento di peccatrici ravvedute.

Il sipario di ferro di rue des Fontaines

Nella nebbia vischiosa della notte tra il 3 e il 4 settembre 1793, il pesante batacchio di quercia delle Madelonnettes ricadde con un rimbombo sordo, che fece trasalire i piccioni incrostati di fuliggine. Annidata in fondo a rue des Fontaines, tra il popoloso Marais e il Tempio, quella vecchia casa di correzione era stata eretta due secoli prima dalla pia Marguerite de Gondi per rinchiudervi le peccatrici penitenti. Ma in quell'anno II della Repubblica, le sante lacrime di Maria Maddalena avevano ceduto il passo al trasudo fetido del Terrore. Quella sera, i battenti cerchiati di ferro non si schiusero per una qualche ladra di strada, bensì per l'aristocrazia del bel verbo francese: i Comédiens-Français in abito borghese, colti all'uscita dalla scena dopo una recita giudicata fin troppo realista della Paméla di François de Neufchâteau.

Dazincourt, il celebre Figaro che aveva fatto sbellicare dalle risa l'intera Corte, ripuliva il fango dalle scarpette sotto lo sguardo beffardo dei sanculotti. Dietro di lui Fleury, principe della declamazione, sorreggeva mademoiselle Contat, la Susanna adorata da Parigi, le cui sete sottili strisciavano sul selciato unto di paglia marcescente. Il custode Vaubertrand, uomo logorato il cui mazzo di chiavi pesava quanto i suoi rimorsi, accostò la lanterna cieca. Il cancelliere intinse la penna di ferro nell'inchiostro violaceo per aprire il registro d'immatricolazione. Con un tratto rabbioso, consegnò alla carta i nomi di quei cortigiani della scena, condannati a barattare i bagliori della ribalta con le segrete senz'aria, dove l'olezzo del sudore umano contendeva lo spazio alla muffa delle volte sotterranee.

L'ombra di Marino e la febbre dei giacigli

Alle Madelonnettes l'oscurità era un sepolcro vivo. Gli stretti corridoi, un tempo percorsi dalle monache a occhi bassi, erano ormai sbarrati da cancellate di rovere grezzo rinforzate da catenacci spropositati, che gli aguzzini facevano scattare con affettata violenza. Marino, l'amministratore di polizia della Comune, regnava su quei corridoi come una iena sul carnaio. Con la sciabola che gli sbatteva sui polpacci e il cappello piumato tricolore calzato di traverso, saliva i piani per atterrire i reclusi, tempestando le porte a colpi di calcio di fucile e giurando di calare la carmagnola su quegli istrioni incipriati.

«Che li gettino sul letamaio! Il popolo non sa più che farsene dei guitti reali: gli occorre la mannaia per pareggiare le teste!»

Ben presto la prigione divenne un lazzaretto. Oltre trecento detenuti si ammassavano in uno spazio concepito per cinquanta. Il tifo, che i registri definivano pudicamente febbre putrida, serpeggiava sotto le porte. Il buon dottor Dupontet, medico di sublime abnegazione, passava da un giaciglio all'altro a maniche rimboccate, fiutando aceto dei quattro ladri per non soccombere ai miasmi letali. Al suo fianco, il custode Vaubertrand ricusava di piegarsi agli ordini spietati di Marino. Sfidando la ghigliottina, il carceriere e la consorte addolcivano il trattamento riservato agli artisti: allungavano una ciotola d'acqua tiepida alla bella mademoiselle Raucourt che vaneggiava sul pagliericcio lordo, nascondevano un biglietto clandestino, prestavano uno scialle alle attrici intirizzite dal gelo. Una simile pietà sarebbe costata cara: denunciato come complice degli aristocratici, Vaubertrand vide una mattina i chiavistelli serrarsi sulla sua stessa famiglia, precipitata a sua volta nei sotterranei di rue des Fontaines.

L'impiegato dell'ombra e i faldoni inghiottiti

Fuori, la macchina sanguinaria macinava a pieno regime. Fouquier-Tinville reclamava la sua razione quotidiana per la piazza del Trône-Renversé. Tra le carte del Comitato di salute pubblica, un fascicolo fatale attendeva la sua ora, contrassegnato dalla lettera rossa «G»: l'incartamento dei Comédiens-Français, destinati all'amalgama della carretta successiva. Per Dazincourt, Fleury e le loro compagne, i giochi parevano fatti. Ogni mattina il passo pesante dei carrettieri rimbombava nel cortile delle Madelonnettes, preceduto dal latrato sinistro del cancelliere che veniva a snocciolare la lista di quanti partivano per la Conciergerie, anticamera del patibolo.

Fu allora che si compì un prodigio d'ardimento nei corridoi del Comitato. Un giovane schivo, Charles de Labussière, antico fattorino teatrale divenuto con scaltrezza addetto agli atti d'accusa, rischiò la pelle per salvare i propri idoli. Ogni sera, approfittando del crepuscolo che svuotava gli uffici, Labussière si chiudeva nella stanza dei faldoni sigillati. Frugava febbrile tra i casellari di cartone verde, ne estraeva i capi d'accusa delle Madelonnettes, li appallottolava stringendoli forte e li occultava in fondo alle tasche di saia. Ma come eludere le sentinelle che perquisivano gli impiegati all'uscita delle Tuileries?

Il piano era d'una temerarietà folle. Labussière si recava ai bagni pubblici sulla Senna, immergeva le pergamene in secchi d'acqua tiepida per ammorbidirle, poi le masticava o le lacerava fino a ridurle a una poltiglia informe, che gettava a manciate tra i flutti neri della corrente. Notte dopo notte, le delazioni redatte contro i prigionieri delle Madelonnettes si dissolvevano nella Senna, trascinando i capi d'imputazione verso il mare.

I rintocchi del nove termidoro

Nel luglio del 1794, la rabbia di Marino e di Fouquier-Tinville giunse all'acme. Il pubblico accusatore dava segni d'impazienza: dove mai era finito il verbale dei commedianti? Si misero a soqquadro gli uffici del Comitato, si minacciarono gli scrivani delle torture più atroci. Alle Madelonnettes la tensione si era fatta insostenibile. Divisi da tramezzi sconnessi, gli attori ripetevano a fior di labbra le tirate di Racine per non sprofondare nella demenza, mentre il ferro delle baionette strideva contro le sbarre.

L'8 termidoro, uno sgherro della polizia entrò nella cella di Fleury con un ghigno: l'ordine di ricostituzione del fascicolo era appena stato siglato, il tribunale rivoluzionario li avrebbe giudicati in blocco due giorni dopo. La notte fu un'agonia di preghiere e di pianti muti. L'indomani a mezzogiorno, il 9 termidoro, la campana a martello si mise d'un tratto a rintoccare su tutta Parigi. Un rombo cupo, simile a marea in burrasca, montò dai sobborghi. Alle Madelonnettes, i secondini abbandonarono i mazzi di chiavi sui tavoli del corpo di guardia; i sanculotti fuggivano all'impazzata. Robespierre era appena caduto all'Hôtel de Ville.

Quando le porte delle segrete cedettero infine sotto la spinta dei liberatori, Dazincourt, Fleury e i loro compagni barcollarono verso la luce cruda del cortile, abbacinati, stralunati, scampati alla morte grazie all'inchiostro disfatto d'un impiegato eroico. Ma la pietra delle Madelonnettes, segnata per sempre dall'angoscia dei condannati e dalla tragica dedizione di Vaubertrand, serbò per i secoli a venire quel gelido mormorio di terrore che nemmeno i più scroscianti applausi del palcoscenico riuscirono mai del tutto a cancellare.