MAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRES« I Piombi di Venezia sono una prigione di Stato che trae il proprio nome dalla sua stessa posizione... sotto la copertura di piombo del Palazzo Ducale. »Le prigioni d'Europa · Tomo VII
Nella fornace sospesa del Palazzo Ducale, Giacomo Casanova sfida i catenacci segreti dell'Inquisizione veneziana e le vertigini dei tetti di piombo.
Sotto le travature del fastoso palazzo di marmo rosato ove trionfa la Serenissima, si stende un regno d'ombra il cui nome non si pronunzia se non a fior di labbra: i Piombi. Lì, a ridosso delle pesanti lastre metalliche che serrano il tetto del Doge, l’Inquisizione di Stato fece fabbricare gabbie di rovere rinforzate da spesse spranghe di ferro. In quell'estate del 1755, il sole d'Italia tramuta ogni cella in una fornace incandescente dove l'aria manca, le pulci pullulano a miriadi e le sentenze cadono senza processo, senza data, senza appello.
Giacomo Casanova, tratto in arresto alle prime luci dell'alba dal temuto Messer Grande per possesso di libri cabalistici e sfrontato libertinaggio, vi soffoca ormai da quattordici mesi. Il suo universo è ridotto a un pagliericcio fetido, una ciotola di ferro e la sagoma arcigna del carceriere Lorenzo, che ispeziona i trabocchetti al suono pesante di un mazzo di chiavi secolari. Chiunque altro si sarebbe abbandonato al torpore o alla demenza. Ma Casanova, con l'ingegno aguzzato dai torti della Repubblica patrizia, spia la benché minima fessura tra le travi e i cardini.
«Chiunque abbia veduto i Piombi sa che non se ne esce vivi, a meno che la clemenza di tre giudici mascherati non ne disserri i catenacci. Né la forza né l'artificio possono nulla.» — Auguste Maquet, Le prigioni d'Europa.
L’attrezzo della salvezza gli si para innanzi nella foggia più inattesa, durante una rara passeggiata nello stretto corridoio: una pesante sbarra di ferro spessa mezzo pollice, abbandonata tra vecchi calcinacci. Con la pazienza d'un forzato e un frammento di marmo nero celato nella tasca, Giacomo trascorre intere notti a raschiare, consumandosi le palme delle mani fino al sangue, per mutare quel ferro grezzo in uno spuntone acuminato — un temibile stilo capace di intaccare la pietra e il rovere.
Sennonché il carceriere gli muta d'improvviso la cella. Impossibile, d'ora innanzi, scavare sotto i propri piedi senza essere scoperto. Casanova volge allora il proprio acume verso il compagno di sventura: padre Marino Balbi, un frate licenzioso e indisciplinato rinchiuso nel sottotetto contiguo. Per il tramite di Lorenzo, che il prigioniero manipola simulando lo scambio di pie letture, prende corpo una corrispondenza clandestina. Il ferro fatale viaggia da un carcere all'altro cucito nella legatura d'una monumentale Bibbia in-folio, a sua volta sormontata da un piatto di maccheroni fumanti e grondanti di burro, così da scoraggiare la curiosità della guardia.
La notte del 31 ottobre 1756, mentre Venezia s'appresta a celebrare la festa di Ognissanti e gli sbirri s'inebriano nei corpi di guardia del canale, l’assalto ha inizio. Arrampicato su sgabelli di fortuna, fra Balbi attacca il soffitto della propria prigione con il punteruolo, aprendosi un varco verso il granaio comune, per poi perforare il tavolato che sovrasta direttamente la cella di Casanova. A mezzanotte il legno cede con uno stridore d'inferno; il frate cala tra le braccia del mago dell'evasione.
Casanova s'inerpica a sua volta nella breccia, lo stilo alla cintola e una fune di lenzuola ritorte a strisce sulla spalla. Sotto il vasto sottotetto deserto, i due recidono le assi, forzano i rampini e divellono una lastra di piombo della copertura. L’aria salsa della laguna li percuote al volto con la violenza d'una risurrezione. Fuori, la luna rischiara la cresta vertiginosa del palazzo. Casanova striscia per primo sull'orlo affilato del tetto, scivolando sul metallo madido di rugiada sopra un baratro nero di sessanta piedi, sotto il quale mugghiano le acque invisibili del canale.
Sospesi tra il cielo e l'abisso, i fuggiaschi scorgono un lucernario che dà sulle gallerie inferiori della cancelleria ducale. Con l'ausilio della corda annodata ai travicelli del tetto, Casanova vi si cala a prezzo d'una caduta rovinosa che gli ammacca le reni e gli strappa le unghie. Balbi lo raggiunge, tremante di terrore. Eccoli serrati questa volta negli uffici segreti della Signoria, tra i polverosi faldoni dell'Inquisizione; ma i massicci battenti di rovere rimangono inesorabilmente sprangati dall'esterno.
È allora che la sfrontata audacia surroga la forza. Sul far del giorno, Casanova dismette i cenci laceri per indossare un magnifico abito di taffetà tagliato all'ultima moda parigina, con il cappello gallonato d'oro in testa. Accostato il viso allo sportello a grata che affaccia sullo scalone nobile, picchia a colpi raddoppiati gridando a squarciagola. Il custode di servizio, credendo all'impazienza d'un senatore rimasto attardato dopo una seduta notturna, accorre e gira la chiave senza sospetto alcuno.
Con passo superbo, il piglio altero e le mani piagate dal sangue ben celate, Casanova varca la soglia, seguito dal misero frate. Discendono a passo svelto la monumentale Scala dei Giganti, attraversano la piazza San Marco ove la bruma mattutina comincia appena a diradarsi, e balzano nella prima gondola ormeggiata al molo. «A Mestre! — grida Casanova gettando una manciata d'oro al barcaiolo — e voga come se avessi il diavolo alle costole!» Alle loro spalle, il leone alato di Venezia vegliava ancora sui suoi piombi; ma per la prima volta nella sua storia, quell'inferno aveva dovuto rendere la sua preda.