MAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRES« Antichità della prostituzione. — I capitolari di Carlo Magno. »Le prigioni d'Europa · Tomo VIII
Dalla cloaca medievale di Saint-Martin ai dormitori di piombo di Saint-Lazare, la notte in cui una reclusa della polizia dei costumi sfidò la matricola eterna.
Sotto la pioggerella gelida del novembre 1809, le gallerie di legno del Palais-Royal esalavano un lezzo di sego, muschio adulterato e mota nerastra. I lampioncini vacillavano al vento di fessura, rischiarando il passo furtivo delle passeggiatrici dalle gonne inzaccherate e lo sguardo inflessibile dei birri di polizia. Fin dalle severe ordinanze di san Luigi e dai dimenticati capitolari di Carlo Magno, Parigi non aveva mai cessato di dare la caccia, rinchiudere e marchiare queste sirene del selciato; ma in quegli albori d’Impero, l’ingranaggio poliziesco, perfezionato dai registri segreti dell’ufficio dei costumi, stritolava le carni con un’esattezza d’orologeria.
D’un tratto, un colpo di fischietto squarciò la caligine. Un drappello della guardia municipale e sei ispettori in borghese sbucarono dalle arcate. Tra le donne messe alle strette contro le cancellate si trovava colei che allo sportello chiamavano Pauline l’Ebrea, una bellezza pallida dagli occhi d’ardesia, il cui sguardo ardeva d’un orgoglio che né il digiuno né la miseria avevano piegato. In un battibaleno i polsi furono serrati, gli scialli strappati. Scaraventata alla rinfusa insieme a una dozzina di disgraziate dentro il furgone cellulare dalle assi tarlate, Pauline rullò verso l’antico deposito di Saint-Martin.
«Chiunque abbia varcato la soglia di queste case di correzione vi lascia il proprio nome inciso a lettere d'infamia su un libro di cui nessuno volterà mai l'ultima pagina.»
Là, sotto le volte basse e trasudanti salnitro dove echeggiava ancora il rimbombo di secoli d’inquisizione municipale, i chiavistelli stridettero con un fragore di ferri arrugginiti. Le fanciulle vi venivano gettate come bestiame per una notte di fango, prive persino d’un giaciglio di paglia, prima della grande cernita della Prefettura.
Al primo albeggiare, la cancelleria redasse l’inventario delle prede. Nei polverosi faldoni da cui Jacques Peuchet traeva la materia delle sue tenebrose cronache, ogni figura muliebre diventava un numero di matricola affiancato da postille infamanti. Per le insottomesse senza cartellino non v’era clemenza: detenzione a tempo indeterminato, inabissamento nelle segrete d’emenda.
Pauline vide il cancelliere intingere la penna d’oca nell’inchiostro violaceo per verbalizzare l’arresto. Tradotta dapprima alle Madelonnettes — quel sinistro convento riconvertito in carcere femminile dove le celle sapevano di febbre e d’aceto di disinfezione —, misurò subito l’impossibilità di scampo. Le pesanti porte di quercia foderate di lamiera serravano cortili esigui in cui le recluse giravano in tondo sotto l’occhio bieco delle guardiane-matrone. Ma Pauline non era femmina da morir di tisi tra quattro mura imbiancate a calce. Aveva colto al volo le confidenze d’un carceriere brillo: l’Ufficio centrale disponeva il suo immediato trasferimento al recinto di Saint-Lazare, la fortezza estrema, l’immenso lebbrosario medievale mutato in tomba delle cortigiane ribelli.
Saint-Lazare ergeva nel faubourg Saint-Denis le sue muraglie grigie e i vertiginosi tetti d’ardesia. Era una città dentro la città, retta da una disciplina ferrea in cui il silenzio non veniva turbato se non dallo scampanellio delle chiavi e dalle preghiere imposte dalle suore sorveglianti. Pauline vi fu rinchiusa nel quartiere de la Force, sotto le soffitte del terzo piano, dove le finestre altro non erano che strette feritoie munite di ferrature incrociate.
Per sei settimane, la reclusa simulò la più compita contrizione. Cuciva camicie di tela grezza sedici ore al giorno senza fiatare, con gli occhi bassi, guadagnandosi a poco a poco la fiducia di suor Marta, la depositaria della biancheria. Ma ogni sera, nella camerata buia donde saliva la tosse rauca delle condannate, Pauline lavorava. Con un chiodo forgiato sottratto ai piedi d’un mastello del lavatoio, scalzava con pazienza la malta gessosa d’uno stipite dissestato.
Le dita le sanguinavano, la polvere le riardeva la gola; eppure, sotto lo spessore dell’intonaco centenario, aveva avvertito il vuoto: una canna fumaria dismessa, reliquia dell’antico alloggio abbaziale dei lazzaristi, che saliva diritta verso le creste frastagliate dei tetti.
La notte del 24 dicembre 1809 portò un fortunale provvidenziale. Il tuono mugghiava sulla pianura di Saint-Denis, sommergendo le ronde delle sentinelle sotto un diluvio d’acqua frammista a nevischio. A mezzanotte, mentre la campana chiamava le religiose all’ufficio del mattutino, Pauline divelse i mattoni pericolanti. Si fasciò le mani con bende di lenzuolo strappato e s’infilò nella gola nera e untuosa del condotto.
La risalita fu un calvario d’asfissia. La fuliggine le otturava le narici, le asperità della pietra le scorticavano le ginocchia, ma l’odio per la prigionia le suppliva il respiro. Quando infine sbucò all’aria aperta, il vento d’inverno la sferzò come un flagello. Si ergeva in piedi sul filo vertiginoso dei tetti di Saint-Lazare, dominando il baratro tenebroso di Parigi.
Strisciando sulle ardesie lucide come una biscia, raggiunse l’estremità dell’ala nord, là dove una grondaia di piombo calava verso la sommità d’un muro divisorio confinante con i terreni incolti del sobborgo. Servendosi della fune di tela intrecciata e annodata a un comignolo, si lasciò scivolare nel vuoto. La corda si spezzò di schianto a dieci piedi da terra. Pauline percosse il lastrico inzuppato con un tonfo sordo: la caviglia storta, il corpo pesto.
Eppure era fuori. Già nella corte d’onore la campana a martello dava l’allarme, mescolando i suoi rintocchi furiosi alle raffiche del vento. R Rialzatasi nella mota, claudicante ma libera, Pauline svanì nel labirinto dei vicoli oscuri del quartiere Saint-Laurent. L’indomani mattina, sul registro matricola della Prefettura, l’ispettore capo non poté che vergare con l’inchiostro rosso, di traverso al suo numero, la parola tremenda e vittoriosa: Evasa.