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Le prigioni d'Europa · Tomo VII · Maquet & Alboize, 1845

Saint-Lazare

Parigi · Francia · Ancien Régime (convento/ospedale) – XIX secolo (carcere femminile)
« La verità sulla sua prigionia e sulla sua morte (André Chénier). »Le prigioni d'Europa · Tomo VII
Vi furono rinchiusi
  • André Chénier
  • Roucher
  • Anacharsis Cloots (Clootz)
  • il barone di Trenck
  • i fratelli Trudaine
  • Madame de Maillé
  • Loizerolles (il padre morto al posto del figlio)
Cronologia
  • 1793-1794Saint-Lazare, convento poi ospedale e casa di correzione, diventa prigione rivoluzionaria; trasferimento di detenuti da Sainte-Pélagie e Bicêtre
  • 1794Complotto / «cospirazione delle prigioni» di Saint-Lazare; infornate successive di condannati al tribunale rivoluzionario
  • luglio 1794Prigionia e morte di André Chénier (la verità sulla sua prigionia e sulla sua morte) e di Roucher
  • 1794Vicenda Loizerolles: il padre risponde all'appello al posto del figlio e viene giustiziato
  • 1ª metà del XIX secoloSaint-Lazare diventa carcere femminile nel XIX secolo (imputate, condannate, giovani prostitute); descrizione del regime
Collana Le prigioni d'Europa (8 tomi, da Maquet & Alboize) — prima edizione moderna, ricomposta e annotata a partire dalle fonti Gallica. In preparazione.
📍Parigi · Francia
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🕯️ Racconto della Veglia · Le 20 Prigioni Mitiche d’Europa e l’Inchiesta PicaudLettura serale · ~6 min

L’appello delle ombre a Saint-Lazare

Nell’inferno del faubourg Saint-Denis, un padre ruba il patibolo al figlio mentre un poeta affida i suoi ultimi versi alle lavandaie della morte.

Il chiostro dei suppliziati

Nel cuore dell’estate soffocante del 1794, l’antico recinto dei padri lazzaristi non conserva più nulla d’un santuario. Già lebbrosario medievale e poi pia casa di ritiro in cui san Vincenzo de’ Paoli leniva le miserie della carne, Saint-Lazare è mutata nella più brulicante anticamera del Tribunale rivoluzionario. Dietro le alte muraglie del faubourg Saint-Denis, ottocento prigionieri marciscono negli antichi dormitori monastici, ammassati in una promiscuità febbrile dove le zaffate di sego, di paglia marcita e d’aceto faticano a fugare il lezzo della disperazione. Le pesanti imposte di quercia ferrata non s’aprono più per le preci dell’ufficio, bensì sotto le pedate dei carcerieri, le cui mannelle di chiavi risuonano come campane a morto.

Al calar delle ombre, i corridoi a volta echeggiano dei conciliaboli delle spie. È qui che traffica il famigerato Manini, avventuriero al soldo di Fouquier-Tinville preposto a fabbricare di sana pianta la turpe «cospirazione delle prigioni». Il copione è sempre il medesimo: pretendere che i reclusi arrotino pugnali nel buio delle celle per scardinare le inferriate, sgozzare le sentinelle e rovesciare la Convenzione. Sui registri d’entrata, sopra le tavole unte della cancelleria, i manovali dell’accusatore pubblico cassano i nomi con un tratto d’inchiostro rosso. Ognuno sa che cosa annunci quel frego: la carretta della mattina seguente.

I giambi rubati di André Chénier

In questo chiostro trasformato in trappola per topi, due uomini ingannano il terrore con la nobiltà delle lettere: Jean-Antoine Roucher, cantore dei Mesi, e il giovane André Chénier, già segretario d’ambasciata la cui penna affilata osò frustare i massacratori di settembre. Rinchiuso dal ventoso in una cella angusta che affaccia sul cortile delle donne, Chénier trascina la sua figura nervosa tra le arcate spoglie, con lo sguardo acceso d’un furore compresso. Sa che sul suo capo pende una taglia, eppure rifiuta di piegare la schiena dinanzi alla tirannia dei comitati.

Ogni sera, al chiarore avaro d’un moccolo di strutto, Chénier scrive con un intruglio d’inchiostro annerito al carbone di legna. Non possiede che frammenti di carta grossolana, strisce strappate ai margini dei suoi libri prediletti. Lì, nel silenzio angoscioso rotto soltanto dai passi ferrati dei militi nazionali, prendono forma i versi vendicatori dei Giambi, capolavori della poesia francese forgiati sull’orlo della fossa comune:

« Quand au mouton bêlant la sombre boucherie / Ouvre ses cavernes de mort, / Pâtres, chiens et bouchers, toute la confrérie / Ne s'informe point de son sort... »
(Quando alla pecora che bela la cupa macelleria / schiude le sue caverne di morte, / pastori, mastini e beccai, l'intera congrega / non s'informa punto della sua sorte...)

Per sottrarre questi fogli alle perquisizioni metodiche degli aguzzini, Chénier ricorre all’espediente più umile: cela i rotoli manoscritti sul fondo dei cesti di panni sporchi che le lavandaie portano via ogni settimana per recapitarli al padre desolato. Ogni vocabolo che varca i cancelli di Saint-Lazare è una vittoria strappata alla mannaia.

La cancelleria rossa e il sacrificio d’un padre

La notte tra il 6 e il 7 termidoro dell’anno II, una frescura ingannevole scende sui tetti d’ardesia di Saint-Lazare. Verso le due del mattino, i catenacci stridono con violenza nei corridoi del primo piano. Il cancelliere Verney, scortato da quattro secondini armati di torce fumiganti, irrompe nella galleria comune. Un silenzio sepolcrale piomba sulla camerata; i respiri s’arrestano, le mani giunte si contraggono sui giacigli. Comincia la lettura della lista fatale.

Con voce impastata e distratta, l’ufficiale snocciola le generalità dei condannati destinati a comparire all’alba dinanzi a Dumas e Coffinhal. D’un tratto, un nome rimbalza sotto le volte umide:

— Jean-Simon Loizerolles, già luogotenente al baliaggio, di anni ventidue!

In fondo alla corsia, un vecchio di sessantun anni trasale. È Jean de Loizerolles. Volga lo sguardo verso un pagliericcio buio dove il figlio, il giovane Jean-Simon, sfinito dalla dissenteria e dallo sgomento, dorme d’un sonno di piombo, del tutto sordo al clamore. Il padre comprende all’istante l’orribile equivoco: l’accusatore pubblico pretendeva la giovinezza, il casato è identico, e la Repubblica è assetata di sangue senza curarsi dei volti. Senza un tremito, il vecchio scivola via dalle coperte, posa un dito sulle labbra per imporre il silenzio ai vicini atterriti, e muove diritto incontro al cerchio di luce delle torce:

— Presente, mormora il vecchio.

Il cancelliere solleva appena gli occhi; non si dà pensiero dei capelli canuti né delle rughe che smentiscono i ventidue anni del mandato d’arresto. L’ordine del giorno esige la sua razione di teste. Il padre porge i polsi alla cordicella, sale al locale di transito con passo fermo, e riscatta col prezzo della propria gola l’avvenire del figlio.

L’ultima carretta

Alle sette del mattino, il gran cortile di Saint-Lazare s’empie del battere secco degli zoccoli ferrati sul selciato. Due lunghe carrette, tinte d’un rosso stinto, attendono davanti all’antico portale maggiore. I condannati scendono la gradinata coi capelli tagliati a zero sulla nuca e il colletto della camicia strappato, secondo il sordido cerimoniale della toletta dei morti. André Chénier incede con passo regolare a fianco di Roucher. Si tengono a braccetto, susurrandosi brani di Racine per soffocare i dileggi della plebaglia assiepata alla cancellata.

Sul predellino del carroccio, il poeta si volta un istante a rimirare l’austera facciata del convento testimone dei suoi patimenti. Porta una mano alla fronte pallida e consegna al compagno quella frase immortale che Maquet e Alboize scolpirono nella leggenda del martirologio rivoluzionario: «È un vero peccato... Eppure, avevo qualcosa lì!»

I mozzi stridono, il convoglio si mette in marcia verso la barriera del Trono, dove la ghigliottina attende le trentotto vittime della giornata. Quarantotto ore più tardi, il 9 termidoro, la campana a martello dell’Hôtel de Ville suonerà il tracollo di Robespierre e spezzerà per sempre i chiavistelli del Grande Terrore. Ma per Chénier, per Loizerolles e per i martiri di Saint-Lazare, la libertà giungeva con due soli giorni di ritardo.

Molto tempo dopo i turbini della Rivoluzione, il chiostro consacrato dalle lacrime muterà destinazione senza dismettere la propria caligine: nel XIX secolo Saint-Lazare diverrà il famigerato ergastolo femminile di Parigi, dove prostitute, ladre e vendicatrici verranno a loro volta a incidere i propri singulti sulle medesime pietre che avevano bevuto l’inchiostro di André Chénier.