MAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRES«Le sue Memorie scritte a Sainte-Pélagie.»Le prigioni d'Europa · Tomo IV
Come, nel cuore d’un antico convento mutato in cloaca repubblicana, una prigioniera inerme fece tremare il Terrore con un solo tratto di penna.
Nel calore soffocante del 24 giugno 1793, una carrozza traballava a gran carriera sui selci sconnessi del faubourg Saint-Jacques. All’interno, Manon Roland respirava a pieni polmoni un’aria che credeva finalmente riconquistata. Pochi minuti prima, i chiavistelli della prigione dell’Abbaye si erano aperti dinanzi a lei: dichiarata libera, era salita di corsa per le scale della propria dimora in rue de la Harpe, col cuore in gola al pensiero di stringere tra le braccia la figlia Eudora. Ma la Rivoluzione non concedeva tregua alcuna agli spiriti fieri.
Sul pianerottolo deserto, due uomini in carmagnola l’attendevano nell’ombra, la picca in pugno e il decreto della Comune alla mano. Quel breve sollievo altro non era stato se non un'infame commedia giudiziaria, una sottigliezza di crudele sadismo per fiaccare l’egeria girondina. Ghermita senza riguardi, rigettata a forza nella vettura tra i ghigni dei piantoni, Madame Roland vide lo sportello serrarsi per sempre sul proprio destino. I cavalli presero la via che scendeva verso la montagna Sainte-Geneviève, costeggiando fossati mefitici per infilarsi nella tetra rue du Puits-de-l’Ermite.
Ivi sorgeva la mole lebbrosa di Sainte-Pélagie. Antico ricetto per meretrici ravvedute, sorto un tempo sotto l’egida di san Vincenzo de' Paoli, l’edificio aveva scambiato le antiche orazioni con i rantoli dei debitori insolventi, prima che il Terrore ne facesse la sua anticamera più melmosa. Quando il pesante portone ferrato sbatté alle spalle della prigioniera, il carceriere capo intinse la penna d'oca in un inchiostro grumoso per registrare la matricola. Manon Roland non era più che un numero d'ordine promesso alla mannaia.
Sainte-Pélagie non possedeva la maestà tragica della Tour du Temple né le solenni volte della Conciergerie; era una voragine d'umidità ove marcivano, alla rinfusa, tutti i rifiuti di Parigi. I dormitori angusti esalavano un lezzo soffocante di grasso rancido, aceto e paglia imputridita. Dalle finestrelle inferriate del cortile, le urla sguaiate delle ladre e delle prostitute di infimo rango si mescolavano ai singhiozzi dell’antica contessa du Barry, che percorreva i corridoi gemendo di un terrore infantile.
Il poeta Roucher vi s’aggirava come un’ombra, componendo versi disperati per confortare la figlia, mentre il libellista Champcenetz ingannava l’angoscia stillando acri epigrammi. La promiscuità costituiva il supplizio quotidiano di quel bailamme carcerario: le sentinelle avvinazzate sputavano al passaggio dei detenuti politici, spiando sui loro volti il benché minimo fremito di nobiltà.
«Facevo in modo d'essere alloggiata nel luogo più oscuro possibile, onde sottrarre lo sguardo agli oltraggi e preservare l'anima dall'avvilente spettacolo dei vizi in delirio.»
In quella cloaca dove imperava la brutalità, la grazia dell’antica signora del salotto di rue Guénégaud operò nondimeno un prodigio inatteso. Il custode Boucher e la sua coraggiosa consorte, mossi a compassione dalla dignità stoica di quella donna che le gazzette giacobine dipingevano come un mostro di superbia, decisero di contravvenire ai propri ordini.
In fondo al terzo piano, al termine di un corridoio ove i passi delle ronde rimbombavano come rintocchi a morto, Madame Boucher aprì per la reclusa uno stambugio isolato, provvisto di una minuscola finestra affacciata su un angolo di verzura incolta. V’era di più: sfidando la ghigliottina qualora la loro indulgenza fosse stata scoperta, i custodi procurarono alla prigioniera un tavolo d'abete, qualche sedia, e ogni mattina le facevano scivolare in cella mazzi di rose e di elicrisi.
Fu lì, in quella cella monastica profanata dal Terrore, che Manon Roland ingaggiò la sua più formidabile battaglia. Seduta accanto all'imposta, ravvolta in una semplice vestaglia bianca, lasciò correre la penna sulla carta ruvida fornitale dai secondini. Giorno e notte, sorda al ferrame delle picche sotto le sbarre e alle perquisizioni repentine che sventravano i pagliericci, vergò d'un sol fiato le sue imperiture Memorie, il suo Appello all'imparziale posterità.
Ogni foglio annerito era un solenne schiaffo ai carnefici di Robespierre. Vi ritraeva i suoi avversari col vetriolo, confessava il suo amore segreto e casto per il deputato Buzot – allora fuggiasco nelle lande della Gironda – e consegnava all'eternità i patimenti degli innocenti. Non appena un capitolo era compiuto, la fida cameriera o un amico compiacente se lo stringevano sotto il corsetto per fargli varcare la cancelleria sotto il naso dei sanculotti. L'inchiostro fresco asciugava nel cuore della notte, sfidando il silenzio dei corridoi.
Ma l'autunno del 1793 suonò a morto per ogni illusione. Il 31 ottobre la campana a martello rintoccò in lontananza: i ventuno Girondini, suoi compagni d’arme, avevano appena intonato la Marsigliese sotto la lama in piazza della Rivoluzione. Gli echi della loro agonia attraversarono le spesse muraglie di Sainte-Pélagie come un soffio di gelo. Madame Roland comprese che l’inchiostro non sarebbe più bastato; ormai le toccava offrire il proprio sangue.
La mattina del 1° novembre, un rumore metallico e asciutto risuonò dinanzi alla porta. Tre catenacci scivolarono nelle piastre con una lentezza calcolata. L'attuario del Tribunale Rivoluzionario, col berretto frigio in capo, comparve sulla soglia scortato da due sgherri di Fouquier-Tinville: l'ordine di trasferimento immediato alla Conciergerie era giunto. Era la sentenza capitale travestita da semplice formalità d'interrogatorio.
La prigioniera si alzò senza tremare. Riordinò con metodo gli ultimi fogli di carta, spolverò il mazzo sfiorito sul tavolo e ringraziò con uno sguardo muto la moglie del carceriere che singhiozzava sull’uscio. Scendendo per l’ultima volta le scale dai gradini d’ardesia logorati, Manon Roland lasciava dietro di sé, celate nel cuore di Sainte-Pélagie, pagine destinate a sopravvivere ai tiranni e ai loro boia. Sette giorni più tardi, al cospetto della statua di gesso della Libertà eretta accanto alla mannaia, avrebbe pronunciato le sue parole leggendarie; ma la sua immortalità era già stata incisa per sempre tra le quattro mura del suo carcere.