MAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRESPicaud vi nasce calzolaio; anche Loupian, il futuro traditore, è nimese. È il principio di tutto: prima di farsi Conte, era un uomo semplice, promesso a una felicità che gli sarebbe stata strappata.
Prima dei ferri di Fenestrelle e dell'oro della vendetta, due figli di Nîmes suggellano a loro insaputa un patto di sangue sotto il sole implacabile dell'Anfiteatro.
Vi sono città in cui il sangue scorre più caldo che altrove, scaldato a bianco dalla pietra calcarea e da secoli di furori. Nîmes, in questo scorcio d'Impero, non è affatto quella quieta contrada che le odierne guide turistiche decantano ai viaggiatori frettolosi. È un alveare acre, solcato dai miasmi del canale dell'Agau ove macerano le pelli dei conciatori, saturo di polvere romana, scosso da un maestrale asciutto che inaridisce le gole e attizza le collere. Lì, nella penombra soffocante d'una bottega a volta poco distante dal colosso dell'anfiteatro, un giovane artigiano batte il cuoio con mano sicura. Il suo nome è François Picaud.
Picaud non è ancora nulla. Non possiede tesori favolosi, né giubbe di velluto, né il pallore sepolcrale dei redivivi. È un giovane vigoroso, dallo sguardo franco, un figlio del popolo con le palme callose e nere di pece. Tra le labbra serrate scintilla la punta d'una lesina; sotto il grembiale di grossa tela batte il cuore innocente d'un uomo che crede ancora che la fatica basti a piegare il destino. A Nîmes tutti lo sanno abile, d'animo gioviale, sollecito nell'offrire un boccale di chiaretto e pronto alla risata franca quando passano le fanciulle col cesto di tiepida brandade sotto il braccio. Nessuno sospetta, allora, che quella carne giovane e rigogliosa sarà, di lì a qualche anno, stritolata nelle segrete del Piemonte sino a ridursi a uno spettro vendicativo.
A pochi vicoli di distanza, nel fondo d'una taverna oscura ove il lezzo della vinaccia stantia soffoca il profumo dell'alloro, un altro sguardo spia il calzolaio. È lo sguardo di Mathieu Loupian. Nimese anch'egli, impastato della medesima zolla del Gard, ma roso da un'amarezza liquida che nulla potrebbe placare. Loupian appartiene a quella razza d'uomini nei quali la felicità altrui produce l'effetto della calce viva sulla carne viva. Mentre Picaud si guadagna la stima dei suoi pari e accarezza l'ardito disegno di salire a Parigi in cerca di fortuna, Loupian scalpita dietro il suo bisunto banco di stagno, contando i soldi con unghie sudicie.
«L'invidia non è soltanto l'odio per la grandezza; è, con ferocia ancor più cupa, il furore del mediocre dinanzi alla grazia del semplice.»
Intorno a Loupian gravitano già le ombre servili della futura tragedia: Chaubard il rammollito, Solari l'incosciente, e il perfido Allut, l'uomo che sa ogni cosa ma non trattiene mai il braccio del delinquente. Nel tepore delle notti del Gard, tra due caraffe di carignano e un piattello di olive ammaccate, la congiura comincia a serpeggiare. Picaud è troppo lieto. Picaud parla d'amore con un'insolenza che offende la loro bassezza morale. Si bisbiglia, si sghignazza sotto i baffi, si scruta questo giovane candido che ancora non sa come la sventura non cali sempre dal cielo con la folgore, ma germogli prima nel cervello bilioso d'un vicino di pianerottolo.
Negli archivi dimenticati della prefettura di polizia, là dove l'archivista Jacques Peuchet disseppellirà più tardi questo lembo di carne viva, Nîmes appare come il prologo fatale d'un dramma che non avrebbe mai dovuto esser scritto. I quattro complici non hanno ancora intinto la penna nell'inchiostro della delazione; non hanno ancora redatto a Parigi quella lettera calunniosa che designerà Picaud al ministro Savary come un sicario al soldo dei realisti inglesi. Eppure, tutto il marciume è già lì, condensato in questo cuneo di Provenza romana.
Loupian contempla l'impalcatura dei suoi sogni meschini. Invidia il portamento di Picaud, la sua giovinezza indomita, quel certo non so che di fierezza meridionale che rifiuta di piegare la schiena. Una sera d'estate, appoggiato alle muraglie ciclopiche che gli imperatori di Roma avevano innalzato per ben altri giochi di sangue, Loupian si lascia sfuggire davanti ai compari una frase velenosa: «Quello là cammina troppo dritto; ci vorrebbe una galera di quelle pesanti per curvergli le reni.» Non era allora che lo sberleffo d'un beone, una cattiveria buttata alle stelle nimesi. Era invece la prima badilata della fossa in cui Picaud sarebbe rimasto sepolto vivo per sette lunghi anni.
Quando François Picaud chiude il suo modesto baule di cuoio — cucito con le sue stesse mani adoperando il filo di lino più resistente —, l'aria del mattino brilla d'una limpidezza di cristallo sui tetti di tegole curve. Il giovane rivolge un ultimo sguardo all'anfiteatro solenne, quella tomba di gladiatori dove migliaia di uomini morirono per il diletto della folla. S'illude di muovere verso la luce, verso la capitale ove lo attendono una fidanzata ricca e mite, Marguerite, e una fiorente bottega.
Ignora che, varcando le porte di Nîmes, la sua ombra rimarrà prigioniera dell'odio di Loupian. Ignora che quella terra natia che abbandona a passo così leggero non la rivedrà mai più se non sotto mentite spoglie, trasfigurato dal rancore, col cuore divorato dalla frenesia d'un castigo inesorabile. Dietro l'imposta d'una bettola di rue Saint-Antoine, una tenda di saia ricade dolcemente. Mathieu Loupian ha visto partire la sua preda. La rete invisibile è calata; la via che conduce dall'arena nimese alle segrete di Fenestrelle si è appena aperta, tracciata con la precisione geometrica d'una condanna a morte.