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Il Cammino di Picaud · Tappa 2 · —

Lione

La grande tavola lungo la via

Tappa sull'asse del Rodano, la Francia di transito. La capitale dei bouchon, il cuore pulsante della tavola francese — una tregua golosa prima della montagna e della notte.

La tavola della tappa

La cucina dei bouchon lionesi

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🕯️ Racconto della Veglia · Le 20 Prigioni Mitiche d’Europa e l’Inchiesta PicaudLettura serale · ~6 min

L'ombra senza nome delle carceri di Roanne

Sotto i selciati lucidi e la nebbia grassa del Rodano, il calzolaio Picaud sperimenta il segreto di Stato prima dell'inferno delle nevi alpine.

Il convoglio senza volto nella nebbia dei Terreaux

Sono le due del mattino, in questo vischioso autunno del 1807, quando una berlina priva di stemmi varca la barriera di Vaise. I cavalli fumano nell’aria gelida, fianco a fianco, esausti per duecento leghe di galoppo forzato dalla capitale. All’interno della cassa imbottita di saia nera, i ferri quasi non tintinnano: sono avvolti in cenci untuosi per soffocare ogni rumore di catena. Gli ordini del ministro Fouché non ammettono negligenze di sorta. Il prigioniero non deve avere voce, né volto, né esistenza legale. Quel recluso è François Picaud. Tre giorni prima era un modesto artigiano parigino, un promesso sposo ebbro di gioia che contava le ore che lo separavano dalle nozze con la bella Marguerite Barget; questa notte, non è più che un plico di Stato spedito verso il nulla.

Attraverso la stretta feritoia d’aerazione dello sportello blindato, l’uomo dalle mani piagate scorge la mole cupa della collina di Fourvière, a strapiombo sulla confluenza fluviale. Lione dorme sotto un sudario di umidità golenale. La città non profuma ancora del pane caldo né del maiale brasato dei suoi vicoli operosi; sa di limo gelato, di fuliggine e di segreto. La berlina attraversa la penisola deserta, sobbalzando sui ciottoli tondi di place des Terreaux prima di piegare verso le rive della Saona. Il viaggiatore clandestino ignora tutto della propria colpa. Nessun magistrato lo ha interrogato, nessun cancelliere ha vergato il suo nome su una minuta. Una parola sussurrata all’orecchio del duca di Rovigo da tre miserabili invidiosi è bastata: «Agente dell’Inghilterra, cospiratore realista prezzolato per pugnalare Sua Maestà.»

L'immatricolazione muta del carcere di Roanne

L’equipaggio si arresta bruscamente sotto la volta bassa del carcere di Roanne, antico palazzo signorile mutato in anticamera dell’oblio. Nel cortile lastricato, due gendarmi scelti balzano a terra con il moschetto a bracc’armata e il bicorno calato sugli occhi. Il capo carceriere, un colosso dal grembiule di cuoio conciato di nome Guichard, scende la scala a chiocciola reggendo una lanterna di latta che stride a ogni passo. I catenacci scattano con un latrato secco che fa trasalire le muraglie centenarie.

«Non chiedetegli nulla, Guichard. Non ha famiglia, non ha difensore, e il giorno in cui creperà, il sole non se ne accorgerà nemmeno.»

Sul grande leggio della cancelleria giace aperto il registro matricolare, rilegato in bazzana consunta. Ma la penna d’oca dello scrivano esita. L’ufficiale dei gendarmi depone sulla pagina intonsa una missiva suggellata con ceralacca rossa, recante l’impronta del sigillo imperiale. Nessun casato vi è annotato. Nella colonna riservata agli imputati, l’impiegato traccia con mano tremante tre lettere sinistre: «N. S. P.» — Ne Sera Point nommé: non sarà nominato. Il calzolaio viene gettato sul fondo di una segreta sotterranea, scavata al livello delle acque del fiume. Il puzzo vi è soffocante: è il lezzo tenace del fango prosciugato, della paglia marcita dalle piene successive e dello zolfo delle torce. Quando la pesante porta di quercia ferrata con chiodi a testa di diamante ricade, il chiavistello scatta con il rimbombo sordo di una lapide tombale che venga sigillata. François Picaud si ritrova seduto in un’oscurità tanto densa da pesargli sulle palpebre come piombo fuso.

Il brusio dei bouchon e il sapore del sangue

Per quarantotto ore, Lione diviene per Picaud un enigma sonoro, uno strazio d’ogni secondo. Proprio sopra la sua volta stillante, attraverso un abbaino strozzato da una triplice grata di ferro battuto, filtrano i rumori della vita degli uomini. Al mattino, gli zoccoli dei tessitori di seta risuonano sui gradini delle traboules; a mezzogiorno, l’olezzo grasso delle salsicce cotte, del tablier de sapeur rosolato e del vin brulé esala dalle osterie vicine, giungendo a schernire le fauci ararse del proscritto. La grande città golosa banchetta, si agita, brinda alla gloria dell’Imperatore trionfante, mentre a dieci piedi sotto terra un innocente lambisce l’acqua putida che cola lungo i conci di pietra per placare la febbre che gli divora le viscere.

È durante questa sosta lionese che si compie la prima metamorfosi. Nella penombra del fondo di fossa, Picaud cessa di piangere. Il dolore attonito dell’amante tradito si pietrifica; si addensa in una rabbia gelida, metodica, assoluta. Tendendo l'orecchio alle bestemmie dei secondini che si spartiscono un salame di Lione e una brocca di Beaujolais in fondo al corridoio, coglie dal foro dello spioncino alcuni brandelli di discorso: «Il convoglio non perderà tempo… Domattina all'alba, traversata dei valichi… La fortezza dei ghiacci… Da lassù non si torna indietro.» Comprende allora che non si tratta d'un disguido di cancelleria che la luce del giorno potrà dissipare. È un assassinio di Stato. Le sue unghie si conficcano nel salnitro del muro sino a sanguinare; sulla pietra calcarea, con il proprio sangue ancora caldo, traccia il profilo di Marguerite e tre croci per i traditori che ancora non conosce, ma che il suo istinto comincia già a braccare.

Il passaggio del fiume e la porta dei ghiacci

Agli albori del terzo giorno, prima che le venditrici dei mercati abbiano acceso i primi bracieri di carbone, la porta di ferro stride sui cardini arrugginiti. Picaud viene strappato alla paglia infetta. Il maniscalco di Roanne è lì, a braccia nude, con la mazza in pugno. Su un'incudine portatile posata direttamente sul terreno melmoso del cortile, ribadisce alle caviglie del calzolaio una catena di trasporto a due maglie rinforzate. Ogni colpo di martello rimbomba nella scatola cranica del prigioniero come un tocco d'agonia.

A colpi di calcio di fucile lo spingono verso una carretta coperta da un telone incatramato. Il convoglio attraversa il ponte sul Rodano sotto un'acquarella d'ottobre che tramuta il fiume in un nastro d'inchiostro grigio. Picaud getta un ultimo sguardo attraverso la tela verso le banchine rischiarate dalle lanterne vacillanti dei carrettieri. Lione svanisce nel torbido delle nebbie d'acqua. Davanti a lui, verso levante, la strada sale inesorabile verso la Savoia, verso le gole tenebrose della Moriana e le nevi eterne del Piemonte. Il viandante senza nome lascia la Francia per entrare vivo nel sepolcro del Forte di Fenestrelle. Ignora ancora che vi incontrerà un sacerdote morente custode di tesori favolosi; ma già, sotto quegli stracci insozzati dal fango di Lione, l'umile artigiano si è spento per cedere il passo al più implacabile dei vendicatori d'Europa.