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La Storia · Parigi · 1686

Le Procope

Il caffè dei Lumi  Ancora qui

Il più antico caffè-gelateria di Parigi, dove il gentiluomo siciliano Procopio serve sin dal 1686 acque gelate, sorbetti ai fiori d'arancio e caffè in tazze di porcellana. Voltaire vi trangugia quaranta tazze al giorno; Diderot vi edifica l'Encyclopédie; Danton e Marat vi cospirano sotto lo sguardo delle spie del luogotenente di polizia.

Il piatto

I gelati e sorbetti alla siciliana · La guancia di manzo brasata

L'abbinamento della Cantina · Atlante dei Vigneti
🍷 Champagne & Grandi Vini dell'Illuminismo
Dalle cene filosofiche della Reggenza ai banchetti rivoluzionari, il vino di Champagne accompagna tre secoli di spirito francese.
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📍13 rue de l'Ancienne-Comédie · Saint-Germain-des-Prés
🕒Lun–Dom 12:00–00:00
Chef · Francesco Procopio dei Coltelli
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🍷 Cronaca di Tavola · Le Grandi Tavole Storiche di ParigiLettura serale · ~6 min

La Notte degli Insolenti: quando il Moka forgiava la Storia al Procope

Sotto i lampadari di cristallo del più antico caffè di Parigi, Voltaire, Danton e gli spettri dei Lumi cospirano tra due sorsi di caffè nero e un cucchiaio di neve siciliana.

Il nettare nero e le nevi del Siciliano

Aleggia su rue de l'Ancienne-Comédie quella caligine grassa e violacea propria dei crepuscoli parigini, in cui l'odore del selciato umido si mescola a quello del carbon fossile. Varcare la soglia del Procope significa spezzare con un colpo di gomito la trama consueta del tempo. Sin dall'anno di grazia 1686, quando il gentiluomo palermitano Francesco Procopio dei Coltelli ebbe l'ardire di aprire il proprio banco di fronte ai Commedianti del Re, il visitatore è colto dal medesimo capogiro. Al tempo del Re Sole, a Parigi non si bevevano che scipite tisane e vino adulterato; il Siciliano, invece, portava seco il fuoco e la banchisa. Nelle sue coppe di vermeil e nelle candide maioliche, serviva meraviglie fino ad allora riservate alle corti principesche di Firenze e di Palermo: acque gelate ai fiori d’arancio, sorbetti al succo di bergamotto, granite di mandorla amara che si centellinavano con cucchiaini d’argento mentre nel focolare crepitava la tostatura dei chicchi giunti da Moka.

In questo scorcio di secolo tormentato, il caffè non è più un semplice intruglio da speziale: è l'essenza stessa dell'insonnia civica, il sangue nero che fa pulsare le tempie dei sediziosi. Nelle retrovie della credenza, i garzoni s'affannano sopra casseruole di rame. L’aroma inebriante dei chicchi d’Etiopia franti sale verso le travi maestre, scortato dai vapori pingui d’una guancia di manzo lungamente brasata al vino di Borgogna e carote fondenti, messa a sobbollire per rinvigorire gli oratori spossati da ore di tribuna.

L’altare di Voltaire e l’inchiostro dell’Enciclopedia

In fondo al grande salone, addossato alle boiserie cerchiate d’oro i cui specchi ossidati serbano ancora memoria delle parrucche incipriate, troneggia il tavolo sacro. È di marmo e legno bruno. Lì sedeva l’uomo che fece tremare i troni d’Europa con una semplice risata. Voltaire vi teneva il proprio quartiere generale, il garretto nervoso, avvolto nella veste da camera di persiana marezzata, vuotando fino a quaranta tazze al giorno d’una diabolica mescolanza di moka e cioccolato amaro. Era da quella fumante stoviglia che attingeva il fiele necessario per schiacciare l’infame, correggendo le bozze di Irene tra una sorsata bollente e l’altra, mentre al tavolo accanto Denis Diderot e Jean d'Alembert sparpagliavano fogli vergati d’inchiostro violaceo, abbozzando le tavole della loro titanica Encyclopédie.

Nulla sfuggiva loro, e meno che mai gli sguardi sfuggenti delle «mosche». Quegli informatori stipendiati dal luogotenente generale di polizia, nascosti dietro gazzette piegate in quattro, fingevano di centellinare un bicchiere di ratafià mentre annotavano sui loro taccuini segreti motti di spirito, satire e bestemmie fioriti nell’aria surriscaldata della sala. Il Procope era un tribunale permanente in cui si decapitavano le reputazioni letterarie e in cui la libertà di pensiero si affermava tra il tintinnio dei cucchiai.

La campana a martello dei Cordiglieri: Danton entra in scena

Ma quando esplode il temporale del 1789, le dispute tra letterati cedono il passo al fragore del ferro. Il Procope, situato a due passi dal convento dei Cordiglieri, si muta nella sanguinosa anticamera della Rivoluzione. Una porta sbatte, lasciando entrare una folata di vento autunnale e un colosso dalla mascella devastata: Georges Danton. Il tribuno non domanda né convenevoli né lista delle vivande. Con una voce che rievoca il mugghio della risacca o il cannone di Valmy, esige una caraffa di vino di Champagne ben secco e la sua tazza di caffè senza zucchero. Al suo fianco, Camille Desmoulins, la febbre nello sguardo e la cravatta slacciata, intinge una penna d’oca nervosa in un calamaio di corno per redigere il nuovo numero delle Révolutions de France et de Brabant.

D’improvviso, un’ombra curva scivola verso la loro panca. È Jean-Paul Marat, il colorito verdastro, il capo avvolto in un fazzoletto bagnato d’aceto per placare le sue emicranie divoranti. Egli non cura affatto le dolcezze ghiacciate che fanno la gloria della casa; pretende caffè nero, stretto come un laccio emostatico, che trangugia a piccoli sorsi convulsivi sputando anatemi contro la corte. I bicchieri urtano tra loro. Sul tavolo di Voltaire si dispiegano mappe di Parigi, macchiate dal sego colato dalle candele. Vi si segna con un colpo d’unghia l’itinerario del popolo in marcia verso le Tuileries. Nell’aria satura di fumo di tabacco di Virginia, la morte e la gloria si negoziano con la medesima insolenza d’un intingolo di montone.

Il giuramento sotto il ghiaccio

Nell'angolo più appartato del vestibolo, un giovane ufficiale d'artiglieria corso dal colorito cereo, serrato in una redingote logora, osserva la scena con occhio d’aquila. Bonaparte – poiché è lui, magro, oscuro e roso dall’ambizione – non ha sempre di che saldare il conto. La leggenda sussurra che, per onorare i debiti di moka e sorbetto al bergamotto, una sera dovette lasciare il proprio bicorno in pegno al cameriere, promettendo di tornare a riprenderlo cinto dagli allori della vittoria.

Mezzanotte rintocca dal campanile di Saint-Germain-des-Prés. La cameriera posa sul tavolo dei congiurati un ultimo piatto di peltro: una montagna scintillante di gelato al limone d’Italia, sormontata da pistacchi tritati. Questo contrasto assoluto tra la verginale freschezza della neve e il braciere dei discorsi riassume l'intero genio del Procope. Danton afferra la sua coppa, la leva verso gli specchi picchiettati dove si riflette il suo volto butterato, e brinda selvaggiamente al giorno che sorge. Le risate echeggiano, le sedie stridono sul pavimento incerato, e mentre i cospiratori svaniscono nella notte complice di rue de l'Ancienne-Comédie, il profumo persistente di caffè tostato resta sospeso nell'aria, come la firma indelebile di tre secoli di rivolta e di spirito francese.