La Maison ouvre ses portes en ligne — le catalogue s'enrichit chaque semaine→
Armes de la Maison BeaulieuMAISON BEAULIEUAB ÉDITIONS · CUISINE & LETTRES
Il Cammino di Picaud · Tappa 4 · 1814

Borgogna

Il banchetto del ritorno

1814: liberato, Picaud recupera la sua fortuna e risale verso Parigi, mutato, irriconoscibile. Il tegame fumante, il calice di Borgogna, la mano che serve: la metamorfosi passa dalla tavola prima di compiersi nella vendetta.

La tavola della tappa

Il bœuf bourguignon

Dalle nostre Edizioni
I nostri Terroir — La cucina borgognona
Scopri la collana →
📍Digione · Il ritorno, il tesoro
← Tutto il Cammino di Picaud
🕯️ Racconto della Veglia · Le 20 Prigioni Mitiche d’Europa e l’Inchiesta PicaudLettura serale · ~6 min

Il convito del redivivo: quando il sangue della vigna armò Montecristo

In quell’autunno del 1814, in un’osteria di Digione, l’antico forzato François Picaud siede innanzi a un tegame fumante per divorare il proprio odio prima di colpire Parigi.

I. La spoglia di Fenestrelle

Erano occorsi sette anni di tenebra perché il calzolaio di Nîmes si dissolvesse del tutto sotto la pietra. Sette anni durante i quali la tramontana delle Alpi piemontesi s’incanalava per le feritoie del forte di Fenestrelle, sibilando la medesima lugubre melopea contro le reni spezzate di François Picaud. Nei registri carcerari dell’Impero, il suo nome non era ormai che uno sgorbio d’inchiostro sbiadito, la nuda menzione d’un sospetto politico gettato all’isolamento senza processo, sulla fede d’una delazione infame. Pure, nella primavera del 1814, mentre le aquile di Napoleone rovinavano nel fango della Champagne, i chiavistelli arrugginiti stridettero un’ultima volta. Gli aguzzini austriaci spalancarono i cancelli senza curarsi degli spettri che ne fuggivano.

Picaud era tornato all’aria aperta, ma l’artigiano ingenuo che vagheggiava di condurre a nozze Marguerite non esisteva più. Varcando la posterla, lasciava dietro di sé la spoglia della giovinezza e portava seco un segreto strappato ai rantoli d’un vecchio prete milanese spirato sulla paglia accanto: un patrimonio sterminato, sepolto sotto le lastre d’un palazzo lombardo. Pochi mesi appresso, dissotterrati i diamanti, gli zecchini e l’oro del suo benefattore nella pianura del Po, l’uomo non prese la via dell’oblio né quella d’un esilio dorato. Vestito d’un panno nero di nobile taglio, il colorito cereo dei sepolcri e lo sguardo acceso d’un bagliore d’apocalisse, valicò il colle del Moncenisio e volse la briglia a settentrione. Il redivivo marciava verso la Borgogna.

II. La tappa di Digione sotto la pioggia d’ottobre

La diligenza postale che lo scaricò all’imbrunire davanti ai bastioni di Digione sobbalzava su un selciato lucido di pioggia gelida. L’Impero era spirato, i Borboni facevano di nuovo mostra di sé alle Tuileries, e la Francia fasciava le proprie piaghe in un intrico di sollievo e d’amarezza. Scendendo con fatica dal predellino, Picaud recava per unico bagaglio una capace valigia di cuoio da sellaio, serrata da triple armature di ferro, il cui peso strappò una smorfia al postiglione. Quel cofano non racchiudeva cenci di ricambio né cianfrusaglie da viandante, bensì mazzette di banconote, manciate di luigi fiammanti e un taccuino rilegato in pergamena ove quattro nomi figuravano tracciati con inchiostro scarlatto: Loupian, Chaubart, Solari, Allut.

«I muri dei trabocchetti hanno orecchie, ma le strade di Borgogna hanno osterie ove la vendetta s’arresta per bere.»

L’uomo scivolò una moneta d’argento nella mano del cocchiere e s’inoltrò con passo misurato tra i vicoli tortuosi della vecchia Digione, rifuggendo le grandi stazioni di posta illuminate dove prendevano alloggio gli ufficiali di presidio. Cercava un’ombra, un asilo discreto, una di quelle tavole di provincia dove non si muovono interrogatori a un viaggiatore taciturno, purché paghi in buona moneta reale. Fu all’insegna d’una locanda priva di fasto, all’angolo d’un angiporto oscuro battuto dalle raffiche, che spinse la pesante porta di rovere chiodato. L’odore denso del sego, dei sarmenti accesi e della carne a lenta cottura lo afferrò alla gola come una vertigine.

III. Il sangue nero della Côte e la carne dei forti

Nella sala bassa, il locandiere asciugò con un lembo del grembiule il tavolo d’angolo dove il nuovo venuto aveva appena preso posto, con le spalle addossate alla muraglia per dominare la stanza. Picaud non pronunciò dieci parole. Con un cenno asciutto, domandò ciò che sobbolliva nel focolare: una pesante casseruola di ghisa da cui salivano spire odorose di manzo a lungo brasato nel vino dei colli vicini, insaporito da lardelli rosolati, cipolline e bacche selvatiche. Una brocca di gres invetriato, colma d’un vino di Beaune aspro, cupo e ben piantato, gli fu posata innanzi insieme a una pagnotta casereccia dalla crosta spessa.

Per sette inverni, il suo rancio non era consistito che in fave ammuffite e acqua putida attinta alla cisterna delle casematte. Il contrasto fu talmente violento che le sue mani, un tempo incallite dalla lesina e dal cuoio, tremarono nell’impugnare la forchetta di peltro. Ma quel pasto non aveva nulla della semplice sosta golosa: era una liturgia funebre, la comunione sanguigna d’un uomo che riapprendeva il sapore del consesso dei vivi al solo fine di seminarvi la morte. Ogni boccone di quella polpa fondente pareva rinvigorire i muscoli sfibrati dai ceppi; ogni sorso di quel vino denso e polputo, scivolando nella gola riarsa, mondava l’amarezza della galera per sostituirvi un veleno purissimo. Intorno a lui, i mercanti del luogo ridevano di cuore brindando alla pace ritrovata; egli, immobile come una statua di cera, li osservava senza batter ciglio, assaporando in quel banchetto terrestre il primo acconto della sua tremenda retribuzione.

IV. La metamorfosi prima della tempesta parigina

La notte avanzò, i moccoli morirono in pozze di cera grigia, e la sala si vuotò dei suoi bevitori. Rimasto solo sotto i travicelli anneriti dal fumo, François Picaud non dormiva. Trasse dalla finanziera il registro minuscolo dei suoi odi e lo spiegò sulla tovaglia macchiata di vino purpureo. Al chiarore dell’ultimo stoppino vacillante, ricontò con la mente l’oro ammassato nella valigia. Sapeva già che la forza bruta non sarebbe bastata a castigare i miserabili che gli avevano rubato la giovinezza, la promessa sposa e l’onore. Gli occorrevano il genio della maschera, la pazienza del ragno e la magnificenza d’un principe d’Oriente.

Fu lì, nel cuore delle brume di Digione, sazio della forza primigenia della terra borgognona, che il proscritto forgiò il suo supremo avatar. Non sarebbe salito a Parigi con le vesti lacere d’un proletario venuto a mendicare giustizia presso tribunali corrotti. Vi sarebbe entrato mascherato, trasfigurato dalle ricchezze d’Italia, irriconoscibile sotto le sembianze d’un misterioso servitore o d’un abate segreto, pronto a insinuarsi nel cuore stesso del focolare di Loupian. Quando si levò all’alba per saldare il conto, lasciando sul tavolo di legno grezzo una mancia che fece sbiancare l’oste di stupore, Picaud volse un ultimo sguardo verso mezzogiorno, dove dormivano le sue catene alpine. L’innocente calzolaio era definitivamente perito nei fossi di Fenestrelle; lo spettro vendicatore, temprato dal vino nero di Borgogna, saliva oramai sulla diligenza di Parigi.