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Il Cammino di Picaud · Tappa 5 · 1815-1820

Parigi — Sainte-Opportune

Attendere e sperare

Il caffè Loupian, presso le Halles e il Pont-Neuf. Picaud torna sotto mentite spoglie — Joseph Lucher, l'abate Baldini, il garzone Prosper — e distrugge uno a uno i congiurati che l'avevano denunciato. La vendetta servita fredda, metodica, tra le vere strade di Parigi.

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Il garzone di Sainte-Opportune: l'infiltrazione e il castigo

Come François Picaud, evaso dalle carceri imperiali e tramutatosi in umile famiglio, orchestrò la rovina sanguinosa dei suoi calunniatori nel cuore stesso delle Halles di Parigi.

I. Il redivivo della fossa delle nebbie

Nell’autunno del 1815, allorché la diligenza scaricò sul selciato viscido di Parigi un viaggiatore dall’incarnato color cenere e dallo sguardo arso dalla febbre, nessuno ravvisò il disinvolto calzolaio di Nîmes che una lettera anonima aveva un tempo cancellato dal consesso dei vivi. Sette anni trascorsi nelle viscere della fortezza piemontese di Fenestrelle ne avevano logorato la carne, ma avevano affilato il suo odio come il filo d'un rasoio. François Picaud non era più un uomo: era l’esecutore testamentario d’un giuramento forgiato nella penombra delle casematte, erede dei milioni segreti di padre Torri, spirato tra le sue braccia sopra un pagliericcio marcito.

Mentre la Restaurazione festeggiava il ritorno dei gigli in una Parigi brulicante d'intrighi, Picaud raggiunse con passo claudicante la cloaca delle Halles. Là, a due passi da place Sainte-Opportune, un ritrovo fiammante sfidava l'ordinaria miseria: il caffè Loupian. Gli specchi molati vi riflettevano il bagliore denso dei lumi a quinquet, i garzoni correvano in grembiule bianco e, dietro il bancone di peltro, troneggiava Marguerite. La sua fidanzata d’altri tempi. La donna il cui corredo era stato alienato, le cui lacrime s'erano asciugate, e che ormai regnava come una borghese pasciuta al fianco di Antoine Loupian, l’istigatore della macchinazione che aveva consegnato Picaud alla polizia imperiale quale spia inglese.

«Non si tratta di uccidere con un colpo di sangue; si tratta di far trangugiare al traditore la feccia del suo stesso tradimento, stilla a stilla, finché la terra medesima non gli sembri troppo angusta.»
— Jacques Peuchet, Memorie tratte dagli archivi della polizia di Parigi

Immobile sotto la pioggia diaccio, celato dalla mantella consunta d’un vagabondo, Picaud contemplò quel quadro di famiglia rubato. Il cuore non gli batté più in fretta. Il carcere gli aveva insegnato la pazienza delle bestie rannicchiate sotto la pietra. La vendetta non sarebbe stata né precipitosa né cieca: sarebbe stata domestica.

II. La livrea del servo senza nome

Poche settimane dopo, un volto nuovo apparve al servizio del caffè Loupian. Diceva di chiamarsi Prosper. Era un uomo dall'età indefinibile, curvo, dalla chioma rada e tinta di fuliggine, afflitto da una sordità simulata che spingeva avventori e padroni a parlare dinnanzi a lui come al cospetto d’una suppellettile. Loupian, lusingato dalla servilità meticolosa di quel provinciale che accettava un salario da fame pur di tirare a lucido gli ottoni e sciacquare bicchieri fino alle due del mattino, se ne compiacque sommamente.

Nell’angusto retrobottega che appestava di cicoria tiepida e aceto, Prosper osservava. Sotto il grembiule di tela ruvida batteva il portafogli d’un nababbo, rigonfio delle tratte negoziate sottobanco presso i banchieri di rue Vivienne. Eppure continuava a strofinare il pavimento in ginocchio. Ogni notte, non appena venivano serrati i chiavistelli del caffè di Sainte-Opportune, il finto garzone estraeva da una bisaccia segreta un registro dove erano minuziosamente annotati i nomi dei quattro congiurati del 1807: Gervais Chaubart, Guilhem Solari, Antoine Loupian e quel vile di Mathieu Loupian, che s'era reso complice lasciando fare.

Picaud conosceva ormai l’ora esatta in cui ciascuno beveva il suo mezzo foglietta, l’ammontare dei loro debiti, le vanità delle mogli e i vizi riposti dei figli. Divenuto il ragno acquattato al centro della tela, non gli restava che tirare i fili invisibili d’un vespaio d’oro e di sangue.

III. Le nozze di sangue e il numero due

Il primo colpo non fu vibrato a Sainte-Opportune, bensì sul Pont des Arts. In un livido mattino, venne rinvenuto Gervais Chaubart, il delatore della prima ora, trafitto da una pugnalata dritta al cuore. Sul manico dell’arma era incisa una laconica dicitura: Numero Uno. Il terrore si propagò nel retrobottega di Loupian. Solari, preso dal panico, vi cercò rifugio, tremando come foglia al vento, giurando che lo spettro di Picaud s'aggirava lungo le banchine della Senna.

Prosper, impassibile, gli serviva il brodo caldo curvando la schiena con deferenza. Nessuno scorse la boccetta di vetro smerigliato celata nella manica d’alpacca, né la polvere bianca che si dissolveva lentamente nella grassa bevanda. Per tre giorni, Solari si contorse le viscere in una stanza cieca di rue des Déchargeurs, vomitando bile sotto gli occhi sgomenti di medici impotenti. Quando esalò l'ultimo respiro, un biglietto nero infilato sotto il guanciale recava queste parole vergate con inchiostro indelebile: Numero Due.

La morsa andava ormai stringendosi attorno ai coniugi Loupian. Picaud non intendeva abbreviare i giorni del suo rivale: voleva smembrare metodicamente il suo onore, annientarne la discendenza e mandare in cenere la sua opulenza. Servendosi dell’oro inesauribile di Fenestrelle, corruppe alcuni pregiudicati affinché compromettessero il figlio di Loupian in un furto d’oreficeria magistralmente architettato, spedendo l'adolescente dritto al bagno penale di Rochefort. Indi, sotto le spoglie d’un sedicente principe straniero, fece sedurre la figlia del vinaio, abbandonandola disonorata in una squallida camera ammobiliata la notte stessa d’un finto sposalizio.

IV. L’incendio della bottega e l'ultima firma

Nell’inverno del 1820, il florido esercizio di Sainte-Opportune non era più che una maceria morale. I creditori assediavano l'uscio, Marguerite deperiva divorata dalla vergogna e dallo spavento, e Loupian, istupidito dall'acquavite, errava nella stanza sul retro come un automa spezzato. Fu allora che divampò l’incendio. Nel cuore d’una notte senza luna, il fuoco s'appiccò misteriosamente ai quattro angoli dell'officina. Gli specchi andarono in frantumi sotto la vampa, il bancone di peltro colò in rigagnoli argentei, e la fortuna eretta sullo spergiuro andò in fumo tra le grida impotenti dei portatori d’acqua del quartiere.

All'alba, tra i resti fumanti, il fedele garzone Prosper era scomparso. Né tornò mai a reclamare la sua mercede.

L’epilogo si consumò nel buio viscido del chiostro di Sainte-Opportune, poche sere più tardi. Loupian, spogliato d'ogni avere, fuggiva dagli ufficiali giudiziari quando una sagoma emerse dall’ombra d’un’arcata. Non era più il servo ricurvo, ma uno spettro vestito di panno nero, i cui occhi mandavano il luccichio glaciale dei sotterranei alpini. Prima che il ferro affondasse nel petto, l’uomo si chinò sul moribondo per soffiargli all'orecchio il nome che lo sciagurato credeva soffocato sotto dieci piedi di terra:

«Guardami, Loupian. Non sono Prosper il servitore, né il principe da commedia che ha distrutto tua figlia. Sono François Picaud. E sul registro della mia cella, il tuo nome era l’ultimo da cancellare.»

Quando le pattuglie della prefettura di polizia rimossero il cadavere alle prime luci dell'alba, sul selciato delle Halles bagnato da un sinistro disgelo, la lama conficcata tra le scapole recava l’estrema divisa d’una vendetta assoluta: Numero Tre.